SETTIMANALE DIOCESANO “LA VITA CATTOLICA”

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INSIEME N°26/2024

S.S. Messe e Celebrazioni
Clicca qui e scarica Foglietto Insieme n°26/2024

DOMENICA 23: XII del Tempo Ordinario, verde
A Basiliano: ore 7.30, Canto delle Lodi mattutine.
SS. Messe Festive: ore 9.00, a Orgnano; ore 10.00, a Basagliapenta e Vissandone; ore 11.15 a Basiliano, Blessano e Villaorba (Sant’Orsola).
– VARIANO: ore 10.00, S. Messa con Festa del patrono e celebrazione di due battesimi.

LUNEDÌ 24: NATIVITA’ DI S. GIOVANNI BATTISTA, solennità, bianco
A Basiliano: ore 7.00, Lodi mattutine e S. Messa.
S.Messa serale: ore 18.30, a Variano.

MARTEDÌ 25: Messa della Feria, verde
A Basiliano: ore 7.00, Lodi mattutine e S. Messa.
S.Messa serale: ore 18.30, a Basagliapenta.

MERCOLEDÌ 26: Messa della Feria, verde
A Basiliano: ore 7.00, Lodi mattutine e S. Messa.
S.Messa serale: ore 18.30, Villaorba.

GIOVEDÌ 27: Messa della Feria, verde
A Basiliano: ore 7.00, Lodi mattutine e S. Messa.
S.Messa serale: ore 18.30, Vissandone.

VENERDÌ 28: S. Ireneo, vescovo e martire, dottore della Chiesa, memoria, rosso
A Basiliano: ore 7.00, Lodi mattutine e S. Messa.
S.Messa serale: ore 18.30, Blessano.

SABATO 29: Ss. Pietro e Paolo, apostoli, solennità, rosso
A Basiliano: ore 7.00, Lodi mattutine; ore 7.30, S. Messa.
S.Messe prefestive: ore 18.30, Basiliano.
– ORGNANO: ore 18.00, Rogazioni campestri. Ore 19.00, S. Messa a S. Pietro.

DOMENICA 30: XIII del Tempo Ordinario, verde
A Basiliano: ore 7.30, Canto delle Lodi mattutine.
SS. Messe Festive: ore 9.00, a Orgnano; ore 10.00, a Basagliapenta, Variano e Vissandone; ore 11.15 a Basiliano (1 battesimo), Blessano (1 battesimo) e Villaorba.

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Le due parabole che oggi ci presenta la liturgia si ispirano proprio alla vita ordinaria e rivelano lo sguardo attento di Gesù, che osserva la realtà e, mediante piccole immagini quotidiane, apre delle finestre sul mistero di Dio e sulla vicenda umana. Così, ci insegna che anche le cose di ogni giorno, quelle che a volte sembrano tutte uguali e che portiamo avanti con distrazione o fatica, sono abitate dalla presenza nascosta di Dio, cioè hanno un significato. Allora, abbiamo bisogno pure noi di occhi attenti, per saper «cercare e trovare Dio in tutte le cose».
Gesù oggi paragona il Regno di Dio, cioè la sua presenza che abita il cuore delle cose e del mondo, al granello di senape, cioè al seme più piccolo che ci sia. Eppure, gettato in terra, esso cresce fino a diventare l’albero più grande. Così fa Dio. A volte, il frastuono del mondo insieme alle tante attività che riempiono le nostre giornate ci impediscono di fermarci e di scorgere in quale modo il Signore conduce la storia. Eppure Dio è all’opera, al modo di un piccolo seme buono, che silenziosamente e lentamente germoglia. E, piano piano, diventa un albero rigoglioso, che dà vita e ristoro a tutti. Anche il seme delle nostre opere buone può sembrare poca cosa; eppure, tutto ciò che è buono, appartiene a Dio e dunque umilmente, lentamente porta frutto. Il bene cresce sempre in modo umile, in modo nascosto, spesso invisibile.
Con questa parabola Gesù vuole infonderci fiducia. In tante situazioni della vita, infatti, può capitare di scoraggiarci, perché vediamo la debolezza del bene rispetto alla forza apparente del male. E possiamo lasciarci paralizzare dalla sfiducia quando constatiamo che ci siamo impegnati, ma i risultati non arrivano e le cose sembrano non cambiare mai. Il Vangelo ci chiede uno sguardo nuovo su noi stessi e sulla realtà; chiede di avere occhi più grandi, che sanno vedere oltre, specialmente oltre le apparenze, per scoprire la presenza di Dio che come amore umile è sempre all’opera nel terreno della nostra vita e in quello della storia. Coltivare la fiducia di essere nelle mani di Dio e al tempo stesso impegnarci tutti per ricostruire e ricominciare, con pazienza e costanza.
Non dimentichiamo mai che i risultati della semina non dipendono dalle nostre capacità: dipendono dall’azione di Dio. A noi sta seminare, e seminare con amore, con impegno e con pazienza. Ma la forza del seme è divina. Lo spiega Gesù nell’altra parabola odierna: il contadino getta il seme e poi non si rende conto di come porta frutto, perché è il seme stesso a crescere spontaneamente, di giorno, di notte, quando lui meno se lo aspetta (cfr. vv. 26-29). Con Dio anche nei terreni più aridi c’è sempre speranza di germogli nuovi.

 

GIORNATA NAZIONALE DI SENSIBILIZZAZIONE

Domenica 5 maggio 2024
Giornata nazionale di sensibilizzazione
dell’8xmille alla Chiesa Cattolica “Una firma che fa bene

Molti pensano che la Chiesa sia sostenuta dal Vaticano o sia ricca… in verità non è così!
La chiesa dipende totalmente ogni anno dalle offerte della propria comunità, in particolare dai fondi provenienti dall’8xmille. Fondi che negli ultimi anni sono in costante diminuzione a causa del calo delle persone che firmano a favore della Chiesa Cattolica. Pensate che il 45% delle persone che partecipano alle funzioni domenicali non firmano!
Infatti, sono in tanti coloro che non lo fanno perché non sanno che ne hanno la possibilità o perché non sono tenuti a presentare la dichiarazione dei redditi (come tanti anziani pensionati della nostra comunità). Pochi sanno che i contribuenti esonerati dall’obbligo di presentazione della dichiarazione possono ugualmente effettuare la scelta per la destinazione dell’8xmille dell’Irpef. È un gesto semplice, che non costa niente, che non toglie nulla dalle tasche di chi lo compie, eppure è tanto prezioso, è “Una firma che fa bene!”.
Non solo, ma è anche “Una firma che fa anche IL BENE“, destinata a sostenere le attività pastorali della chiesa, la carità verso tutte le forme di povertà, la custodia del patrimonio artistico e culturale delle nostre parrocchie. La Chiesa ogni anno finanzia migliaia di progetti in tutta Italia a sostegno delle comunità, come la nostra.
La chiesa ha bisogno di noi oggi più che mai! Perché con la nostra firma potremo continuare ad essere protagonisti nel sostenere i valori e l’attività della Chiesa Cattolica in Italia.
Con la nostra firma permetteremo alla Chiesa di fare migliaia di gesti d’amore.
Ricordiamoci di firmare e far firmare: quest’anno sarà possibile farlo fino al 15 ottobre. Impegniamoci – davvero tutti — in prima persona a far firmare per l’8xmille alla Chiesa Cattolica. Ricordiamolo ai nostri familiari, amici, conoscenti, membri delle associazioni o dei movimenti e a tutti coloro che riconoscono l’attività della nostra Chiesa Cattolica.

Grazie infinite!

 

CELEBRAZIONI BATTESIMI

In tutte le parrocchie: Domenica 30 giugno 2024
Incontri di preparazione Genitori al Battesimo:
giovedì 30 maggio, giovedì 06 giugno,
giovedì 13 giugno, giovedì 20 giugno.
(L’ultimo, anche con la presenza dei padrini e delle madrine).
Gli incontri si svolgono nella sala parrocchiale
di Basiliano, dalle 20.00 alle 21.00.
Iscrizioni mediante colloquio con il Parroco.

ANDRARE IN GALILEA

Le donne pensavano di trovare la salma da ungere, invece hanno trovato una tomba vuota. Erano andate a piangere un morto, invece hanno ascoltato un annuncio di vita. Per questo, dice il Vangelo, quelle donne «erano piene di spavento e di stupore» (Mc 16,8). Stupore: in questo caso è un timore misto a gioia, che sorprende il loro cuore nel vedere la grande pietra del sepolcro rotolata via e dentro un giovane con una veste bianca. È la meraviglia di ascoltare quelle parole: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto» (v. 6). E poi quell’invito: «Egli vi precede in Galilea, là lo vedrete» (v.7). Ma cosa significa “andare in Galilea”?
Andare in Galilea significa, anzitutto, ricominciare. Per i discepoli è ritornare nel luogo dove per la prima volta il Signore li ha cercati e li ha chiamati a seguirlo. È il luogo del primo incontro e il luogo del primo amore. Malgrado questo fallimento, il Signore risorto si presenta come Colui che, ancora una volta, li precede in Galilea; li precede, cioè sta davanti a loro. Li chiama e li richiama a seguirlo, senza mai stancarsi. In questa Galilea impariamo lo stupore dell’amore infinito del Signore, che traccia sentieri nuovi dentro le strade delle nostre sconfitte. Egli ci precede sempre: nella croce della sofferenza, della de­solazione e della morte, così come nella gloria di una vita che risorge, di una storia che cambia, di una speranza che rinasce.
Andare in Galilea, in secondo luogo, significa percorrere vie nuove. È muoversi nella direzione contraria al sepolcro. Le donne cercano Gesù alla tomba, vanno cioè a fare memoria di ciò che hanno vissuto con Lui e che ora è perduto per sempre. Vanno a rimestare la loro tristezza. È l’immagine di una fede che è diventata commemorazione di un fatto bello ma finito, solo da ricordare.
Ecco il secondo annuncio di Pasqua: la fede non è un repertorio del passato, Gesù non è un personaggio superato. Egli è vivo, qui e ora. Cammina con te ogni giorno, nella situazione che stai vivendo, nella prova che stai at­traversando, nei sogni che ti porti dentro. Apre vie nuove dove ti sembra che non ci siano, ti spinge ad andare controcorrente rispetto al rimpianto e al “già visto”. Anche se tutto ti sembra perduto, per favore apriti con stupore alla sua novità: ti sorprenderà.
Andare in Galilea significa, inoltre, andare ai confini. Perché la Galilea è il luogo più distante: in quella regio­ne composita e variegata abitano quanti sono più lontani dalla purezza rituale di Gerusalemme. Eppure Gesù ha iniziato da lì la sua missione, rivolgendo l’annuncio a chi porta avanti con fatica la vita quotidiana, rivolgendo l’annuncio agli esclusi, ai fragili, ai poveri. Galilea è il luogo della vita quotidiana, sono le strade che per­corriamo ogni giorno, sono gli angoli delle nostre città in cui il Signore ci precede e si rende presente, proprio nella vita di chi ci passa accanto e condivide con noi il tempo, la casa, il lavoro, le fatiche e le speranze. Ci stupiremo di come la grandezza di Dio si svela nella piccolezza, di come la sua bellezza splende nei semplici e nei poveri.
Ecco, allora, il terzo annuncio di Pasqua: Gesù, il Risorto, ci ama senza confini e visita ogni nostra situazione di vita. Egli ha piantato la sua presenza nel cuore del mondo e invita anche noi a superare le barriere, vincere i pregiudizi, avvicinare chi ci sta accanto ogni giorno, per riscoprire la grazia della quotidianità.
Riconosciamolo presente nelle nostre Galilee, nella vita di tutti i giorni. Con Lui, la vita cambierà. Perché oltre tutte le sconfitte, il male e la violenza, oltre ogni sofferenza e oltre la morte, il Risorto vive e il Risorto conduce la storia.             

Papa Francesco

 

 

 

 

DALL’AMMIRAZIONE ALLO STUPORE

Ogni anno questa liturgia suscita in noi un atteggiamento di stupore: passiamo dalla gioia di accogliere Gesù che entra in Gerusalemme al dolore di vederlo condan­nato a morte e crocifisso. È un atteggiamento interiore che ci accompagnerà in tutta la Settimana Santa. Entriamo dunque in questo stupore.
Da subito Gesù ci stupisce. La sua gente lo accoglie con solennità, ma Lui entra a Gerusalemme su un umile puledro. La sua gente attende per Pasqua il liberatore potente, ma Gesù viene per compiere la Pasqua con il suo sacrificio. La sua gente si aspetta di celebrare la vittoria sui romani con la spada, ma Gesù viene a celebrare la vittoria di Dio con la croce. Che cosa accadde a quella gente, che in pochi giorni passò dall’osannare Gesù al gridare «crocifiggilo»? Cosa è successo? Quelle persone seguivano più un’immagine di Messia, che non il Messia. Ammiravano Gesù, ma non erano pronte a lasciarsi stupire da Lui. Lo stupore è diverso dall’ammirazione. L’ammirazione può essere mondana, perché ricerca i propri gusti e le proprie attese; lo stupore, invece, rimane aperto all’altro, alla sua novità. Anche oggi tanti ammirano Gesù: «Ha parlato bene, ha amato e perdonato, il suo esempio ha cambiato la storia…» e così via. Lo ammirano, ma la loro vita non cambia. Perché ammirare Gesù non basta. Occorre seguirlo sulla sua via, lasciarsi mettere in discussione da Lui: passare dall’ammirazione allo stupore.
E che cosa maggiormente stupisce del Signore e della sua Pasqua? Il fatto che Lui giunge alla gloria per la via dell’umiliazione. Egli trionfa accogliendo il dolore e la morte, che noi, succubi dell’ammirazione e del successo, eviteremmo. Gesù invece — ci ha detto san Paolo — «svuotò sé stesso, […] umiliò sé stesso» (Fil 2,7.8). Questo stupisce: vedere l’Onnipotente ridotto a niente. Vedere Lui, la Parola che sa tutto, ammaestrarci in silenzio sulla cattedra della croce. Vedere il re dei re che ha per trono un patibolo. Vedere Lui, la bontà in persona, che viene insultato e calpestato. Perché tutta questa umiliazione? Perché, Signore, ti sei lasciato fare tutto questo?
Lo ha fatto per noi, per toccare fino in fondo la nostra realtà umana, per attraversare tutta la nostra esistenza, tutto il nostro male. Per avvicinarsi a noi e non lasciarci soli nel dolore e nella morte. Per recuperarci, per salvarci. Gesù sale sulla croce per scendere nella nostra sofferenza. Prova i nostri stati d’animo peggiori: il fallimento, il rifiuto di tutti, il tradimento di chi gli vuole bene e persino l’abbandono di Dio. Sperimenta nella sua carne le nostre contraddizioni più laceranti, e così le redime, le trasforma. Il suo amore si avvicina alle nostre fragilità, arriva lì dove noi ci vergogniamo di più. E ora di non essere soli: Dio è con noi in ogni ferita, in ogni paura: nessun male, nessun peccato ha l’ultima parola. Dio vince, ma la palma della vittoria passa per il legno della croce. Perciò le palme e la croce stanno insieme.
Chiediamo la grazia dello stupore. La vita cristiana, senza stupore, diventa grigiore. Come si può testimoniare la gioia di aver incontrato Gesù, se non ci lasciamo stupire ogni giorno dal suo amore sorprendente che ci perdona e ci fa ricominciare? Se la fede perde lo stupore diventa sorda: non sente più la meraviglia della grazia, non sente più il gusto del pane di vita e della Parola, non percepisce più la bellezza dei fratelli e il dono del creato.

IL SEGNO DELLA PACE

In questa quinta domenica di Quaresima, la liturgia proclama il Vangelo in cui san Giovanni riferisce un episodio avvenuto negli ultimi giorni della vita di Cristo, poco prima della Passione (cfr. Gv 12,20-33). Mentre Gesù si trovava a Gerusalemme per la festa di Pasqua, al­cuni greci, incuriositi da quanto Egli andava compiendo, esprimono il desiderio di vederlo. Avvicinatisi all’apostolo Filippo, gli dicono: «Vogliamo vedere Gesù» (v. 21). Filippo ne parla ad Andrea, e poi insieme lo riferiscono al Maestro. Nella richiesta di quei greci possiamo scorgere la domanda che tanti uo­mini e donne, di ogni luogo e di ogni tempo, rivolgono alla Chiesa e anche a ciascuno di noi: «Vogliamo vedere Gesù».
E come risponde Gesù a quella richiesta? In un modo che fa pensare. Dice così: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. […] Se il chicco di grano ca­duto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (vv. 23-24). Queste parole sembra che non rispondano alla domanda posta da quei greci. In realtà, esse vanno oltre. Gesù infatti rivela che Lui, per ogni uomo che lo vuole cercare, è il seme nascosto pronto a morire per dare molto frutto. Come a dire: se volete conoscermi, se volete capirmi, guardate il chicco di grano che muore nel terreno, cioè guardate la croce.
Viene da pensare al segno della croce, che è diventato nei secoli l’emblema per eccellenza dei cristiani. Chi anche oggi vuole “vedere Gesù”, magari provenendo da Paesi e culture dove il cristianesimo è poco conosciuto, che cosa vede prima di tutto? Qual è il segno più comune che incontra? Il crocifisso, la croce. Nelle chiese, nelle case dei cristiani, anche portato sul proprio corpo. L’importante è che il segno sia coerente con il Vangelo: la croce non può che esprimere amore, servizio, dono di sé senza riserve; solo così essa è veramente l’albero della vita”, della vita sovrabbondante.
Anche oggi tante persone, spesso senza dirlo, in modo implicito, vorrebbero “vedere Gesù”, incontrarlo, conoscerlo. Da qui si comprende la grande responsabilità di noi cristiani e delle nostre comunità. Anche noi dobbiamo rispondere con la testimonianza di una vita che si dona nel servizio, di una vita che prenda su di sé lo stile di Dio — vicinanza, compassione e tenerezza — e si dona nel servizio. Si tratta di seminare semi di amore non con parole che volano via, ma con esempi concreti, semplici e coraggiosi, non con condanne teoriche, ma con gesti di amore.
Allora il Signore, con la sua grazia, ci fa portare frutto, anche quando il terreno è arido a causa di incomprensioni, difficoltà o persecuzioni, nella prova e nella solitudine, mentre il seme muore, è il momento in cui la vita germoglia, per produrre frutti maturi a suo tempo. È in questo intreccio di morte e di vita che possiamo sperimentare la gioia e la vera fecondità dell’amore, che sempre, ripeto, si dà nello stile di Dio: vicinanza, compassione, tenerezza.
La Vergine Maria ci aiuti a seguire Gesù, a camminare forti e lieti sulla strada del servizio, affinché l’amore di Cristo risplenda in ogni nostro atteggiamento e diventi sempre più lo stile della nostra vita quotidiana.                      Papa Francesco

 

IL PERDONO CHE RIGENERA E DÀ VITA

In questa quarta domenica di Quaresima la liturgia eucaristica inizia con questo invito: «Rallegrati, Gerusalemme…» (cfr. Is 66,10). Qual è il motivo di questa gioia? In piena Quaresima, qual è il motivo di questa gioia? Ce lo dice il Vangelo di oggi: Dio «ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16). Questo gioioso messaggio è il cuore della fede cristiana: l’amore di Dio ha trovato il vertice nel dono del Figlio all’umanità debole e peccatrice. Ci ha donato suo Figlio, a noi, a tutti noi.
È quanto appare dal dialogo notturno tra Gesù e Nicodemo, di cui la stessa pagina evangelica descrive una parte (cfr. Gv 3,14-21). Nicodemo, come ogni membro del popolo d’Israele, attendeva il Messia, indentificandolo in un uomo forte che avrebbe giudicato il mondo con potenza. Gesù invece mette in crisi questa aspettati­va presentandosi sotto tre aspetti: quello del Figlio dell’uomo esaltato sulla croce; quello del Figlio di Dio mandato nel mondo per la salvezza; e quello della luce che distingue chi segue la verità da chi segue la menzogna. Vediamo questi tre aspetti: Figlio dell’uomo, Figlio di Dio e luce. Gesù si presenta anzitutto il Figlio dell’uomo (vv. 14­-15). Il testo allude al racconto del serpente di bronzo (cfr. Nm 21,4-9) che, per volere di Dio, fu innalzato da Mosè nel deserto quando il popolo era stato attaccato dai serpenti velenosi; chi veniva morso e guardava il serpente di bronzo guariva. Analogamente, Gesù è stato innalzato sulla croce e chi crede in Lui viene sanato dal peccato e vive.
Il secondo aspetto è quello di Figlio di Dio (vv.16-18). Dio Padre ama gli uomini al punto da “dare” il suo Figlio: lo ha dato nell’incarnazione e lo ha dato nel consegnar­lo alla morte. Lo scopo del dono di Dio è la vita eterna degli uomini: Dio infatti manda il suo Figlio nel mondo non per condannarlo, ma perché il mondo possa salvarsi per mezzo di Gesù. La missione di Gesù è missione di salvezza, di salvezza per tutti.
Il terzo nome che Gesù si attribuisce è “luce” (vv. 19-­21). Dice il Vangelo: «La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce» (v. 19). La venuta di Gesù nel mondo provoca una scelta: chi sceglie le tenebre va incontro a un giudizio di condanna, chi sceglie la luce avrà un giudizio di salvezza. Il giudi­zio sempre è la conseguenza della scelta libera di ciascuno: chi pratica il male cerca le tenebre, il male sempre si nasconde, si copre. Chi fa la verità, cioè pratica il bene, viene alla luce, illumina le strade della vita. Chi cammina nella luce, chi si avvicina alla luce, non può fare altro che buone opere. La luce ci porta a fare delle buone opere. È quanto siamo chiamati a fare con più impegno durante la Quaresima: accogliere la luce nella nostra coscienza, per aprire i nostri cuori all’amore infinito di Dio, alla sua misericordia piena di tenerezza e di bontà, al suo perdono. Non dimenticatevi che Dio perdona sempre, sempre, se noi con umiltà chiediamo il perdono. Basta soltanto chiedere il perdono, e Lui perdona. Così troveremo la vera gioia e potremo rallegrarci del perdono di Dio che rigenera e dà vita.

LO ZELO DELL’AMORE

Il Vangelo di oggi presenta l’episodio in cui Gesù scaccia i venditori dal tempio di Gerusalemme (cfr. Gv 2,13-25). Egli fece questo gesto aiutandosi con una sferza di cordicelle, rovesciò i banchi e disse: «Non fate della casa del Padre mio un mercato!» (v. 16). Questa azione decisa, compiuta in prossimità della Pasqua, suscitò grande impressione nella folla e l’ostilità delle autorità religiose e di quanti si sentirono minacciati nei loro interessi economici. Ma come dobbiamo interpretarla? Certamente non era un’azione violenta, tant’è vero che non provocò l’intervento dei tutori dell’ordine pubblico: della polizia. No! Ma fu intesa come un’azione tipica dei profeti, i quali spesso denunciavano, in nome di Dio, abusi ed eccessi. La questione che si pose era quella dell’autorità. Infatti i Giudei chiesero a Gesù: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?» (v. 18), cioè quali autorità tu hai per fare queste cose?
Per interpretare il gesto di Gesù di purificare la casa di Dio, i suoi discepoli si servirono di un testo biblico tratto dal Salmo 69: «Lo zelo per la tua casa mi divo­rerà» (v. 17). Questo Salmo è un’invocazione di aiuto in una situazione di estremo pericolo a causa dell’odio dei nemici: la situazione che Gesù vivrà nella sua passione. Lo zelo per il Padre e per la sua casa lo porterà fino alla croce: il suo è lo zelo dell’amore che porta al sacrificio di sé, non quello falso che presume di servire Dio mediante la violenza. Infatti il “segno” che Gesù darà come prova della sua autorità sarà proprio la sua morte e risurrezione: «Distruggete questo tempio — dice — e in tre giorni lo farò risorgere» (v. 19). E l’evangelista annota: «Egli parlava del tempio del suo corpo» (v. 21). Con la Pasqua di Gesù inizia il nuovo culto, nel nuovo tempio, il culto dell’amore, e il nuovo tempio è Lui stesso.
L’atteggiamento di Gesù ci esorta a vivere la nostra vita non nella ricerca dei nostri vantaggi e interessi, ma per la gloria di Dio che è l’amore. Siamo chiamati a tenere sempre presenti quelle parole forti di Gesù: «Non fate della casa del Padre mio un mercato!» (v. 16). Questo insegnamento di Gesù è sempre attuale non soltanto per le comunità ecclesiali, ma anche per i singoli, per le comunità civili e per la società tutta. È comune la tentazione di approfittare di attività buone, a volte doverose, per coltivare interessi privati, se non addirittura illeciti. È un pericolo grave, specialmente quando strumentalizza Dio stesso e il culto a Lui dovuto, oppure il servizio all’uomo, sua immagine.