RIFLESSIONE DEL PARROCO

Chi siamo noi per nullificare l’uomo?

Negli ultimi anni, si è avuto un notevole incremento della scelta della cremazione, rispetto alla tradizionale inumazione o tumulazione; si sono poi aggiunte alcune pratiche ed usanze, che nulla hanno a che vedere con la tradizione cristiana. La cremazione spesso viene presentata come una soluzione conveniente economicamente e rispondente alla mancanza di posto nei cimiteri: il fenomeno è così rilevante, che ci si può chiedere se il diffondersi di queste pratiche nasconda qualcos’altro.

La Chiesa Cattolica ha sempre indicato la sepoltura del corpo dei defunti come la forma più idonea ad esprimere la pietà per i fedeli, oltre che a favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte dei familiari e amici. Attraverso la sepoltura nei cimiteri, la comunità cristiana onora -nel ricordo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore Gesù- il corpo del cristiano, diventato con il battesimo “Tempio dello Spirito Santo” e destinato alla risurrezione. Dunque, simboli, riti e luoghi della sepoltura esprimono la cura e il rispetto dei cristiani per i defunti, e soprattutto la fede nella risurrezione dei corpi.

Qui è dunque in gioco la visione dell’uomo e il suo futuro. Grazie a Cristo, la morte cristiana ha ricuperato un significato positivo, che nel mondo pre-cristiano non aveva. Con la morte, l’anima viene separata dal corpo, ma nella risurrezione, Dio torna a dare la vita incorruttibile al nostro corpo trasformato, riunendolo alla nostra anima. Disperdere le ceneri significa nullificare l’uomo; nullificare la vita e la speranza dell’eternità, e in definitiva, nullificare Dio, Autore della vita. Occorre quindi avere ben chiare, non solo le indicazioni della Chiesa sulla cremazione, ma anche essere consapevoli dell’origine pagana e spesso anti-cristiana di certe usanze, che oggi si stanno diffondendo con facilità.

Nell’attuale mentalità “anti-Dio”, la morte viene considerata come un evento da nascondere, specie perché l’uomo “senza Dio”, non è capace di darsi alcuna risposta seria sulla morte, e così cadono le sue certezze di onnipotenza. Incentivando tali pratiche (la dispersione delle ceneri -nel mare o nei fiumi-, o la loro conservazione in casa), si tende a far sparire le tracce della morte, e lentamente, si ritengono inutili i cimiteri, che sono il luogo della memoria degli affetti e della fede, dove sono raccolti i resti delle persone care.

La normativa dello Stato italiano sulla cremazione e sulla dispersione o conservazione delle ceneri facilita tale visione. Per lo Stato, fino al 2001, chiunque distruggesse, sopprimesse o sottraesse un cadavere, o una parte di esso, o ne disperdesse le ceneri, veniva punito con la reclusione; e la pena era aumentata se il fatto fosse stato commesso in cimiteri o altri luoghi di sepoltura. La legge 30 marzo 2001, n. 130 ha modificato l’articolo 411 del Codice penale, e non è più reato la dispersione delle ceneri; l’unica condizione, che vi sia l’autorizzazione dell’ufficiale dello stato civile. E attualmente è lasciato al singolo Comune il compito di regolare le questioni concernenti la cremazione e la modalità di dispersione delle ceneri del defunto.

Questa, è dunque una materia delicatissima, che tocca il costume pubblico, i sentimenti e la fede del popolo. Auspico che i nostri amministratori pubblici quando trattano di questa materia, si ricordino di essere anche cristiani.

dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Dedicato a Maria, “stella della speranza”
Inizia il mese di maggio, che nella tradizione cattolica è dedicato alla Madre di Gesù. Quest’anno abbiamo particolare bisogno di questa Madre, e per questo vogliamo offrirle e dedicarle le nostre preghiere, chiedendole la guarigione dal coronavirus e dalla disperazione che sempre più ci sta invadendo.
In un inno dell’VIII secolo, la Chiesa saluta Maria, la Madre di Dio, come «Stella del mare»: Ave maris stella, perché la vita umana è un cammino verso una meta. Ma come trovare la strada quando c’è il buio?
La vita è talvolta un viaggio in un mare oscuro e in burrasca, un viaggio nel quale scrutiamo gli astri che ci indicano la rotta. Le stelle della nostra vita sono le persone che hanno saputo vivere rettamente: esse sono luci di speranza. Certo, Gesù Cristo è la luce più grande, il sole sorto sopra tutte le tenebre della storia. Ma per giungere fino a Lui, abbiamo bisogno anche di luci vicine, di persone che ci donano luce accendendola dalla Sua luce, e ci offrono l’orientamento per la nostra traversata. E chi più di Maria è per noi davvero stella di speranza?
Tutta la vita di Maria è stata turbata e sconvolta da fatti incomprensibili. Comprendiamo il santo timore che la assalì, quando l’angelo del Signore entrò nella sua camera e le disse che avrebbe dato alla luce Colui che era la speranza di Israele e l’atteso del mondo, il Messia. Per mezzo suo, e attraverso il suo «sì», la speranza dei millenni diventava realtà, entrava in questo mondo e nella storia.
Maria si era inchinata davanti alla grandezza di questo compito: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38). Quando, piena di gioia attraversò in fretta i monti della Giudea per raggiungere Elisabetta, diventò l’immagine della futura Chiesa che, nel suo seno, porta la speranza al mondo a tutti gli uomini.
Vide pure l’ostilità e il rifiuto che andava affermandosi intorno a Gesù fino all’ora della croce, e dovette vedere il Salvatore del mondo, suo figlio, il Figlio di Dio, morire come un fallito, esposto allo scherno, tra i delinquenti.
Lì, dalla croce ricevette una nuova missione da Gesù: «Donna, ecco il tuo figlio!» (Gv 19,26). A partire dalla croce diventò madre di tutti coloro che vogliono credere in Gesù e seguirlo. Così, la spada del dolore trafisse il suo cuore di madre.
Era così morta la speranza? Davvero, il mondo era rimasto definitivamente senza luce, e la vita senza meta? In quell’ora oscura, Maria avrà ascoltato di nuovo la parola dell’angelo, che nella sua camera le aveva risposto: «Non temere, Maria!» (Lc 1,30). Quante volte anche Gesù, aveva detto la stessa cosa ai suoi discepoli: Non temete! Anche nell’ora del tradimento, Egli aveva ripetuto: «Abbiate coraggio! Io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). «Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore» (Gv 14,27).
Con questa fede, Maria è andata incontro al mattino di Pasqua, e la gioia della risurrezione ha toccato il suo cuore e l’ha unita in modo nuovo ai discepoli, destinati a diventare la grande famiglia di Gesù mediante la fede.
Così Maria, anche in questa pandemia, che prima dei corpi, sta uccidendo in noi la speranza, rimane in mezzo a noi come nostra Madre, come Madre della speranza: «O Madre nostra, insegnaci a credere, a sperare ed amare con te. O Stella del mare, brilla su di noi e guidaci nel nostro cammino buio, affaticato dalla malattia e dalle tante morti, e insegnaci a rivolgerci a Te! Specialmente, in questo mese a te dedicato»                                                                                                                                                dD

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Quali sono i segni della speranza sulle tombe dei miei morti?

Mi incuriosisce sempre, vedere sulle tombe dei nostri cari defunti le immagini più strane, anche su quelle di ferventi cristiani. Si trovano certamente i segni della fede cristiana: Croci con Gesù crocifisso o risorto (molto poche), croci senza Cristo o ghirigori che assomigliano a croci (molte), qualche immagine di Maria o di qualche santo, o nessuna immagine. Si trovano pure altre immagini: cappelli di alpino, palloni, oggetti legati allo sport preferito o al lavoro svolto, ecc…  Immagini, che non dicono nulla della propria fede religiosa, e che vengono messe sulla tomba, più per l’affetto e l’impulsività causata dal dolore, che per una reale motivazione. Appunto, senza pensarci troppo…

Ma a pensarci bene, l’immagine che si pone sulla tomba dei nostri cari, esprime la fiducia (fede) futura in colui che viene raffigurato. Se metto un Gesù crocifisso sulla lapide dei miei cari, significa che solo in Lui ripongo la certezza per il dopo la morte. È a Gesù, che affido i miei defunti. Certo, è più difficile credere, che affido i miei cari ad un pallone o a un cappello…

L’immagine sulla tomba dice, che ho appreso da Colui al quale mi affido, l’arte di vivere e di morire. Lo sapevano già i primi cristiani, che sulle loro tombe mettevano i volti di Gesù maestro o pastore. Si erano resi conto, che gran parte di coloro che si spacciavano per “maestri di vita”, erano soltanto dei ciarlatani, che con le loro parole si procuravano denaro, mentre sulla “vera vita” non avevano niente da dire o da offrire. I primi cristiani cercavano chi sapesse veramente indicare la “via della vita”, la vita eterna dopo la morte.

Verso la fine del terzo secolo, incontriamo per la prima volta a Roma, sul sarcofago di un bambino, la figura di Cristo che in una mano tiene il Vangelo e nell’altra il bastone del viandante, immagine del “maestro che insegna a vivere bene”: con il bastone Gesù vince la morte! In questa immagine, che poi sarà usata a lungo nell’arte dei sarcofaghi, esprimevano ciò che le persone trovavano in Cristo: «Egli ci dice “chi è l’uomo”, e che cosa egli deve fare per essere “veramente uomo”; Con la sua “vita” ci indica “la via”, e questa via è “la verità”. Gesù stesso è sia l’una che l’altra, ed è anche la vita che tutti ricerchiamo; Egli indica anche la via oltre la morte. E solo chi è in grado di fare questo, è un vero “maestro di vita”, e vale la pena affidarsi a Lui».

La stessa cosa si rende visibile nell’immagine del pastore, con un contenuto più profondo: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla … Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me …» (Sal 23 [22], 1.4). Il vero pastore è Colui che conosce anche la via che passa per la valle della morte; è Colui, che anche sulla strada dell’ultima solitudine, nella quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me guidandomi per attraversarla: Egli stesso ha percorso questa strada, è disceso nel regno della morte, l’ha vinta ed è tornato per accompagnare noi ora, e darci la certezza che, insieme con Lui, troveremo il passaggio oltre la morte.

Quell’immagine sulla tomba, esprime dunque la consapevolezza che esiste Colui che anche nella morte mi accompagna e con il suo «bastone e il suo vincastro mi dà sicurezza», cosicché «non devo temere alcun male» (cfr Sal 23 [22],4).

Era questa la nuova e vera «speranza» che sorgeva nella vita dei primi cristiani. Sì, l’immagine che metto sulla tomba esprime la mia speranza.            dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Si può vivere senza fede e senza speranza?
Spesso sento dire che, chi ha la fede scappa dal presente, vive in un mondo illusorio e disimpegnato dalle cose del mondo. Come a dire che la religione ancora una volta è «l’oppio dei popoli», come afferma Karl Marx (1844). Il senso di questa celebre frase è quello della religione vista come strumento per non impegnarsi a cambiare questa vita. Gli individui ricorrerebbero alla religione per crearsi una condizione artificiale per meglio sopportare la vita. Dopo questa pandemia, ci sarebbe da chiederci se davvero abbiamo saputo trasformare «in meglio» questa società senza la fede.
In realtà, la fede – almeno la fede cristiana- non è soltanto un buttarsi nelle cose «future» che devono venire (il giudizio, il paradiso, l’inferno,…) e che sono ancora assenti da questo presente. La fede ci dà già oggi qualcosa delle realtà future, e questo «anticipo» è per noi una «prova» delle cose che ancora non si vedono. La fede attira dentro il nostro presente il futuro, attira il Cielo, attira Dio dentro il presente della nostra vita; anzi, la fede cambia il nostro presente, lo trasforma con la potenza dello Spirito Santo. Quindi, il presente che viviamo viene toccato dalle realtà future, e così le cose future si riversano in quelle presenti, e le presenti in quelle future. È il legame che unisce cielo e terra! Questa spiegazione viene data dalla Lettera agli Ebrei, uno scritto del Nuovo Testamento, in cui l’Autore sacro parla ai cristiani che hanno subìto la persecuzione, e dice loro: «Avete preso parte alle sofferenze dei carcerati e avete accettato con gioia di essere spogliati delle vostre sostanze, sapendo di possedere beni migliori e più duraturi».
I primi cristiani, lottavano sapendo che la loro vita non era rinchiusa nel presente, ma vivevano il presente arricchiti dai beni che durano per sempre. Lo scopriamo soprattutto ora: il nostro presente se è rinchiuso nei pochi «metri quadri» delle cose quotidiane (salute, vaccino, lavoro, bollette,…) diventa asfittico, senz’aria, senza speranza. Non si può vivere solo «rinchiusi nel presente», senza uno sguardo o una prospettiva che dia slancio, che ci aiuti a guardare in alto, a Dio. Ecco perché è importante la fede in Dio: Essa dà alla vita un nuovo fondamento, sul quale l’uomo può poggiare le sue scelte, le sue sofferenze, la sua famiglia. La fede ha sempre sostenuto i cristiani nelle grandi battaglie, e anche oggi sostiene la nostra speranza.
Lo dimostrano bene i martiri che si sono opposti allo strapotere delle ideologie dei tiranni, e con la loro morte hanno rinnovato il mondo, trasformando la società. Questa capacità di «lottare» si è mostrata soprattutto nelle grandi rinunce dei cristiani di ogni tempo, a partire dai monaci dell’antichità a san Francesco d’Assisi, e dei «consacrati» che anche oggi si consacrano, per amore di Cristo lasciando tutto per portare agli uomini la fede, la speranza e l’amore di Cristo, e aiutare le persone sofferenti nel corpo e nell’anima.
Con la loro speranza, queste persone toccate da Cristo hanno dato speranza ad altri uomini e donne, che vivevano nel buio e senza futuro. Questi testimoni sono di fatto una «prova» delle promesse di Cristo nel presente: Gesù è veramente il «pastore» che ci indica dove sta la vita vera.                                                                      dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

1– Al termine della Settimana Santa e dell’Ottava della Pasqua di risurrezione, momento di particolare grazia per le nostre Comunità cristiane, desidero esprimere un vivo ringraziamento a tutte le persone che si sono impegnate perché le Liturgie fossero un’autentica festa del popolo credente: i cantori, gli organisti e musicisti, i giovani, i chierichetti, le persone che hanno pulito e abbellito le chiese, chi ha curato o regalato i fiori alle nostre chiese, i sagrestani, i lettori, le nostre Suore, e tutti i cristiani che hanno partecipato con viva fede e con il canto.

La nostra vocazione di popolo di Dio è di testimoniare Gesù risorto; è un mandato ricevuto da Lui che non possiamo tradire, specialmente in questo tempo che necessita della speranza cristiana.

Un grazie vivissimo vada pure a chi ha fatto dono di cibi e bevande per le attività comunitarie di questi giorni, per i poveri o per la canonica.

2– In prossimità alla annuale denuncia dei redditi, si ricorda che uno dei canali di sostegno alla Chiesa Cattolica, che lo Stato italiano ha previsto attraverso il Sistema concordatario (nel 1983), prevede la Firma nella Dichiarazione dei Redditi alla voce “Chiesa Cattolica”, in occasione della propria Dichiarazione.

Con questa firma sulla Dichiarazione dei Redditi, non si richiede alcun esborso economico, ma solo la “fatica” di apporre la propria firma in favore della “Chiesa Cattolica”. È una firma importante, perché grazie ad essa, lo Stato italiano restituisce ai cattolici (e non solo) l’8 per mille delle tasse incamerate, e da loro sborsate.

Con l’8 per mille, la Chiesa cattolica realizza tre obiettivi: a) il sostentamento dei sacerdoti; b) il sostegno alle parrocchie italiane per le ristrutturazioni di chiese e locali pastorali, musei, biblioteche e archivi (con la copertura del 70% delle spese previste); c) il sostegno alle emergenze nazionali e internazionali (terremoti, alluvioni, Caritas, ecc…). Lo Stato controlla minuziosamente il modo in cui la Chiesa cattolica spende questi fondi erogati.

Grazie ai fondi dell’8 per mille, anche noi abbiamo avuto l’opportunità di sistemare la chiesa di Blessano, il muro di cinta della chiesa di Orgnano, e speriamo presto, anche il tetto (in pessimo stato) della canonica dove abitano il parroco e le suore.

Per approfondire questi argomenti si possono visitare i siti https://sovvenire.chiesacattolica.it/https://www.8xmille.it/ su cui si possono anche trovare esperienze realizzate nella nostra Arcidiocesi grazie ai fondi 8×1000. Un grazie sincero a chi vorrà sostenere ancora questi obiettivi.

dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

La riflessione del cardinal Angelo Comastri

Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: ‘Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione…’ ” (Lc 22, 14-15). Oggi Gesù dice a noi le stesse parole: è Lui che ora ci chiama e ci raccoglie insieme; è Lui che ora celebra la Messa; è Lui che ora guida questo incontro e ci attira verso una vita nuova: la vita della Carità, la vita di Dio, la vita che tutti cerchiamo! Ma come dobbiamo celebrare la Messa perché sia un incontro con Cristo? Come si partecipa ad una Eucaristia? Ce lo può insegnare soltanto Cristo, perché è Lui il maestro: guardiamolo, ascoltiamolo!
Gesù ci rivela che Dio è umile. Nel cenacolo, tra lo stupore di tutti, prima di celebrare la Prima Messa della storia, Gesù si alza da tavola e, prendendo il ruolo di uno schiavo, comincia a lavare i piedi agli apostoli. Pietro si fa voce dello scandalo di tutti i secoli e gli dice: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!” (Gv 13,8). Pietro dice ciò che tutti pensiamo: noi non vogliamo un Dio umile, ma Dio è umile!; noi non vogliamo un Dio che si mette all’ultimo posto, ma Dio si mette all’ultimo posto!; non vogliamo un Dio senza orgoglio, ma Dio è senza orgoglio! Saremo capaci di convertirci a questo Dio? Saremo capaci di distruggere l’idolo costruito dalle nostre mani per mettere al centro del cuore il Dio vero, il Dio umile, il Dio che si fa servo di tutti gli uomini?
In ogni Eucaristia ritorna questo interrogativo e Dio aspetta la nostra risposta: una risposta di fatti, di gesti, di scelte. Riconosciamo sinceramente che è l’orgoglio il veleno della storia umana: dall’inizio fino ad oggi; è l’orgoglio che ha spaccato la famiglia umana; è l’orgoglio che ha scatenato le guerre; è l’orgoglio che ha fatto piangere tanta gente e ha spento la gioia che Dio aveva regalato all’uomo il giorno della Creazione! Allora facciamoci umili, scendiamo dai piedistalli, guardiamoci con benevolenza e con mitezza: la Messa esige questa conversione per essere una Messa celebrata con Cristo. Gesù ci rivela che Dio è misericordioso all’infinito. Nell’ultima cena Gesù toglie il velo che nasconde il tradimento di Giuda: e anche oggi Egli toglie il velo d’ipocrisia con cui nascondiamo i nostri tradimenti. Infatti, Giuda ce l’abbiamo tutti nel cuore: siamo suoi fratelli!
E come si comporta Gesù? “Dette queste cose [gli insegnamenti sull’umiltà dopo la lavanda dei piedi], Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: ‘In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà’(Gv 13,21-27). Gesù rivela il tradimento… con la speranza di poterlo perdonare. Egli getta un fascio di luce nelle tenebre di Giuda, perché Giuda possa vederle e sentirne l’orrore. E il gesto del boccone offerto è un gesto di delicata attenzione: è un segnale, è un invito, è una mano tesa con l’offerta sincera di una completa misericordia. Giuda, purtroppo, non volle essere perdonato: conosciamo bene questa triste storia! L’orgoglio fu la tragedia di Giuda. Però, per Gesù, Giuda resta sempre l’amico atteso e il figlio perduto che manca nel cuore del Padre. Infatti, la cattiveria dell’uomo, di qualsiasi uomo… non potrà mai scoraggiare la voglia che Dio ha di perdonare.
E noi? Noi nella Messa facciamo comunione con Dio che perdona? Noi siamo una comunità dal perdono facile, pronto, quotidiano, generoso? Chi non perdona, non conosce Dio; chi non perdona, è senza Dio: perché l’ha rifiutato rifiutando il perdono. Si verifica oggi anche per noi quanto l’evangelista Giovanni scrive nella sua prima lettera: “Noi abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi!”. Gesù ci rivela che Dio è povero. Gesù, Figlio del Dio vivente, ha scelto una stalla di Betlemme per venire in mezzo a noi. Egli, nell’ultima cena, sceglie il pane e il vino, segni di povertà, e li trasforma in una sua prodigiosa Presenza! Dio si trova a suo agio soltanto nella povertà, perché Dio non può possedere: Dio, infatti, è talmente dono di sé, che tutto ciò che ha, lo dona; e così Egli è il povero, l’infinitamente povero, il vero povero. E noi? Sentiamo l’invito alla povertà, che viene dall’Eucaristia? Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,27). È questo il momento benedetto per ascoltare la Parola di Gesù! La Messa di oggi sia davvero, per tutti noi, una comunione con il Dio che Cristo ci ha fatto conoscere: Dio umile, Dio misericordioso, Dio povero! Senza conversione, questo Dio non lo incontreremo mai.

Angelo Card. Comastri 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

PREPARIAMO LA SETTIMANA SANTA, CONOSCENDO LE SUE CELEBRAZIONI.

Domenica delle Palme

Le croci e le immagini sono già velate. La Settimana Santa si apre con la Domenica delle Palme. In essa si celebra l’entrata trionfale di Gesù a Gerusalemme, acclamato come Messia e figlio di Davide. Viene letto il racconto della Passione secondo l’Evangelista corrispondente all’Anno Liturgico che si sta vivendo (quest’anno Marco). Si appendono i fascetti di ulivo con i fiocchi rossi alle finestre.

Lunedì, martedì e mercoledì Santi

Il Lunedì, Martedì e Mercoledì Santo la Chiesa contempla in particolare il tradimento di Giuda. La prima lettura della Messa presenta i primi tre canti del Servo del Signore che si trovano nel libro di Isaia (42,1-9, 49,1-6, 50,4-11).

Giovedì santo

Durante la mattinata del Giovedì Santo non si celebra l’Eucarestia nelle parrocchie, perché viene celebrata un’unica Messa, detta Messa del Crisma, in ogni Diocesi, nella Cattedrale. Tale Messa è presieduta dal Vescovo insieme a tutti i suoi preti e diaconi. In questa Messa vengono consacrati gli Olii santi, e i presbiteri rinnovano le promesse emesse al momento della loro ordinazione.

Con la Messa nella Cena del Signore, celebrata nella sera, inizia il solenne Triduo Pasquale. Prima dell’inizio vengono spogliati gli altari: essi restano senza ornamenti, i tabernacoli rimangono vuoti e aperti; le campane rimangono silenti.

IL TRIDUO PASQUALE

Giovedì Santo

Il solenne Triduo Pasquale della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo viene aperto con la Messa nella Cena del Signore, nella quale si ricorda l’Ultima Cena di Gesù, la istituzione dell’Eucarestia e del Sacerdozio ministeriale, e si ripete il gesto simbolico della Lavanda dei piedi effettuato da Cristo nell’Ultima Cena. Al termine, l’Eucaristia viene riposta nell’Altare della Reposizione, davanti al quale i fedeli permangono in adorazione.

Venerdì santo

Il Venerdì Santo è il giorno della morte di Gesù sulla Croce. La Chiesa celebra nel pomeriggio la solenne celebrazione della Passione, divisa in tre parti:

  1. La Liturgia della Parola, con la lettura del quarto canto del servo del Signore(Is 52,13-53,12), dell’Inno cristologico della lettera ai Filippesi (2,6-11) e della Passione secondo Giovanni.
  2. L’Adorazione della Croce.
  3. La santa Comunione con i presantificati del Giovedì Santo sera.

Il Venerdì Santo è tradizione effettuare la Via Crucis. Si pratica il digiuno e ci si astiene dalle carni come forma di partecipazione alla Passione e Morte del Signore.

Sabato Santo

Il Sabato Santo è tradizionalmente giorno senza liturgia: non si celebra l’Eucaristia, e la Comunione ai malati si porta solamente ai malati in punto di morte.

La Veglia Pasquale

Nella notte si celebra la solenne Veglia Pasquale, che è la celebrazione più importante di tutto l’Anno Liturgico. In essa: Si celebra la Resurrezione di Cristo attraverso la liturgia del fuoco: al fuoco nuovo si accende il cero pasquale, che viene portato processionalmente in chiesa.

La liturgia della Parola ripercorre con sette letture dell’Antico Testamento gli eventi principali della storia della salvezza, dalla Creazione del mondo, passando attraverso la liberazione del popolo d’Israele dalla schiavitù d’Egitto, fino alla promessa della Nuova Alleanza. L’Epistola proclama la vita nuova in Cristo risorto, e nel Vangelo si legge il racconto dell’apparizione degli Angeli alle donne la mattina di Pasqua.

Segue la liturgia battesimale, nella quale tutti i fedeli rinnovano le promesse del proprio battesimo, e vengono battezzati, se ce ne sono, i catecumeni che si sono preparati al Sacramento.

Domenica di Resurrezione

La Domenica di Resurrezione torna a riecheggiare la gioia della Veglia Pasquale. Tale domenica è ampliata nell’Ottava di Pasqua: la Chiesa celebra la pienezza di questo evento fondamentale per la durata di otto giorni, concludendo la II domenica di Pasqua, chiamata fin dall’antichità Domenica in Albis, che San Giovanni Paolo II ha voluto dedicare alla celebrazione della Divina Misericordia.

Ovviamente, non basta “conoscere” i riti della Settimana Santa. Essi vanno arricchiti da una preghiera intensa e da un’attenta partecipazione per beneficare dei doni spirituali che da essi sgorgano. Buona settimana Santa.                                                              dD

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

La speranza di Maria e di ogni Mamma (6)
Chissà quante volte, Maria Santissima avrà formulato nel suo cuore una preghiera di speranza, nel legittimo e puro desiderio di avere un bambino nel suo grembo, e rendere felice il suo matrimonio con il promesso sposo, Giuseppe. Entrambi vivevano nell’obbedienza alla volontà di Dio, e loro scopo era di cercare in tutto di comprendere e vivere questa volontà divina.
È la stessa attesa e il medesimo desiderio che anima il cuore delle mamme e dei papà di ogni tempo, anche quelli di questo tempo del Covid: avere un figlio è segno e motivo di speranza, che svela come Dio Creatore della vita non ci abbandoni.
Anche quest’anno nella Festa della gioia di Maria santissima (la Solennità dell’Annunciazione) che riceve il lieto annuncio della sua maternità, le nostre Comunità cristiane -in punta di piedi- desiderano unirsi alla gioia dei genitori che stanno attendendo una vita, ed in particolare, vogliono pregare per questa dolce attesa, e invocare sulle mamme i doni necessari perché proseguano serene la gravidanza, e giungano a buon fine i parti desiderati.
Qui, mi permetto di suggerire una preghiera per coloro, che purtroppo, non riescono ancora a gioire per la vita tanto attesa nel loro grembo. Li invito ad affidarsi al Signore con queste parole:
O Padre, tu che sei il creatore di tutto ciò che esiste ed il Signore della vita,
benedici la nostra famiglia e rendi fecondo il nostro amore
affinché sia sorgente di una nuova vita.
O Gesù, tu che ami così tanto i bambini,
da dire che soltanto chi assomiglia a loro entrerà nel regno dei cieli,
rendici disponibili, grati e degni ad accogliere tutti i tuoi doni,
in particolare il dono della vita.
O Spirito Santo, tu che hai operato con potenza in Maria Santissima,
affinché concepisse verginalmente il Verbo Incarnato,
noi ci apriamo totalmente alla tua azione,
affinché l’amore si faccia carne in noi per la Gloria di Dio e la nostra gioia.
O Maria Santissima, tu che hai avuto il privilegio di essere sposa,
vergine e madre nell’ambito della Santa Famiglia di Nazareth,
rendi i nostri cuori obbedienti e disponibili al piano di Dio su di noi,
fiduciosi nella Provvidenza e liberi da ogni timore per il futuro.
Amen.
Cari sposi, che la vostra speranza, divenga la nostra speranza; per diventare più tardi la vostra e nostra gioia, nell’accogliere quella creatura al fonte battesimale nelle nostre chiese.                                                            dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

La speranza di San Giuseppe (5)

Venerdì prossimo, celebriamo la Solennità di San Giuseppe, sposo di Maria, e custode di Gesù. Una festa semplice, ma bella; la festa di un padre per vocazione, che dona coraggio e forza tutti i padri naturali, ma che anch’essi – come Giuseppe – sono chiamati a vivere la vocazione della paternità.

Giuseppe è anche Patrono della Chiesa universale, gli è affidata la custodia sul corpo mistico di Cristo; una custodia non sempre facile, visti i tempi.

Se la speranza è dono di Dio, san Giuseppe possedette questa virtù come la fede, dalla quale essa deriva e alla quale è proporzionata. Sperò in Dio con tutto il fervore della sua anima, come aveva fatto fin dalla sua giovinezza; aveva sperato nell’arrivo del Messia e nel futuro Redentore, crescendo in speranza man mano che cresceva Gesù, sotto la guida dello Spirito Santo e il corso degli avvenimenti.

Sperò da Dio tutti gli aiuti necessari per giungere a possedere Dio stesso in Cielo, superando le tante difficoltà nell’adempimento della missione che doveva svolgere, sapendo quanto questa fosse superiore alle sue forze umane. Con il Salmista, chissà quante volte avrà ripetuto: «In te, o Signore, io spero, tu mi esaudirai mio Dio» (Sal 38,16); «Spero nella tua parola, Signore» (Sal 119,114). Era consapevole che il suo sevizio di padre era superiore alle sue forze deboli.

Come il profeta Geremia, sentiva vere queste parole: «Benedetto l’uomo che confida nel Signore; il Signore è sua fiducia. Egli è come un albero piantato lungo l’acqua…» (Ger 17,5-8).

Giuseppe fu pieno di speranza quando fu mandato dall’Angelo in Egitto, senza neanche sapere quanto tempo sarebbe dovuto rimanere là, tra le difficoltà del dubbio, dell’incomprensione e dell’indigenza. Fu pieno di speranza a Nazareth sperando in Dio e tutto attendendo da Lui, e non si risparmiò in nessuna fatica per sopperire ai bisogni di Maria e Gesù.

Anche noi speriamo in Dio, quanto più siamo certi di compiere la sua volontà, nonostante l’attuale situazione pandemica. Non ci fanno paura i pericoli e le difficoltà, quando si è impegnati in qualche impresa difficile per eseguire la volontà di Dio, come in quella di essere un “padre come Dio vuole”. Le sofferenze passano, il premio per le fatiche rimane per sempre, il buon esempio edifica, la gioia prende il sopravvento.

Senza Dio invece, o peggio, andando contro Dio, non ci può essere che disperazione, anche nel servizio di padri. Per quanto possiamo, noi cerchiamo di lottare contro il peccato che va contro Dio e il suo disegno d’amore! San Giuseppe ci aiuti a comprenderlo: non basta nutrire la pancia, bisogna anche dare Dio alla nostra famiglia!           

dD

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

La speranza cristiana cambia la vita (4)
Non è difficile rendersi conto che l’esperienza della schiava africana Bakhita è stata agli inizi – e continua ad essere oggi – l’esperienza di molte persone condannate alla schiavitù. Il vangelo non aveva portato a Roma un messaggio sociale-rivoluzionario con lotte sanguinarie; Gesù non era un combattente per una liberazione politica. Anzi, Egli stesso era morto in croce, ma aveva portato qualcosa di totalmente diverso: l’incontro con il Dio vivente e con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù, che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo.
Con il Battesimo, i cristiani accettavano le strutture esterne così come erano, anche quelle corrotte, ma le cambiavano (e le cambiano) dal di dentro. Cambiano il mondo in cui vivono con l’amore, la giustizia e il perdono, vissuti in fraternità, ma camminando verso il Cielo (la patria definitiva).
San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi (1,18-31) ci mostra che una grande parte dei primi cristiani apparteneva ai ceti sociali bassi e, proprio per questo, cercavano una nuova speranza, come Bakhita. Tuttavia, fin dall’inizio, c’erano anche conversioni nei ceti aristocratici e colti. Anche i ricchi vivevano «senza speranza e senza Dio». Infatti, la religione di Stato romana, si era ridotta a semplici cerimonie, ormai solo ad una «religione politica». La filosofia aveva confinato gli dèi nel campo dell’irreale, delle stelle e dei pianeti. Un Dio che si potesse pregare non esisteva. Ecco perché san Paolo contrappone la vita «secondo Cristo» alla vita sotto la signoria degli «elementi del cosmo» (Lettera ai Colossesi 2,8).
In questo senso san Gregorio Nazianzeno, dice che nel momento in cui i re magi guidati dalla stella adorarono Cristo, il nuovo re, giunse la fine dell’astrologia, perché da quel momento, ormai le stelle girano secondo l’orbita determinata da Cristo. Tutto ruota attorno a Cristo.
Di fatto, la concezione del mondo di allora, anche se in modo diverso, è nuovamente presente anche oggi. Quando si dimentica Cristo, si torna ad affidare la propria vita alle “leggi” delle stelle (all’astrologia, alle carte, ai maghi, al caso, …). Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che governano il mondo e l’uomo, ma è il Dio personale che governa le stelle, cioè l’universo; E se conosciamo questa Persona (Dio Padre) e Lei conosce noi, allora veramente non siamo più schiavi del caso, dell’universo, delle sue leggi, ma liberi (come Bakhita), perché il cielo non è vuoto.
Ecco la speranza cristiana: la vita non è un semplice prodotto del caso o delle leggi della materia, ma al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è lo Spirito Santo che in Gesù ci ha rivelato l’Amore che ama ogni uomo, il Padre, che guida la storia e sta dalla nostra parte per cambiarla.  dD