RIFLESSIONE DEL PARROCO

La speranza cristiana cambia la vita (4)

Non è difficile rendersi conto che l’esperienza della schiava africana Bakhita è stata agli inizi – e continua ad essere oggi – l’esperienza di molte persone condannate alla schiavitù. Il vangelo non aveva portato a Roma un messaggio sociale-rivoluzionario con lotte sanguinarie; Gesù non era un combattente per una liberazione politica. Anzi, Egli stesso era morto in croce, ma aveva portato qualcosa di totalmente diverso: l’incontro con il Dio vivente e con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù, che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo.

Con il Battesimo, i cristiani accettavano le strutture esterne così come erano, anche quelle corrotte, ma le cambiavano (e le cambiano) dal di dentro. Cambiano il mondo in cui vivono con l’amore, la giustizia e il perdono, vissuti in fraternità, ma camminando verso il Cielo (la patria definitiva).

San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi (1,18-31) ci mostra che una grande parte dei primi cristiani apparteneva ai ceti sociali bassi e, proprio per questo, cercavano una nuova speranza, come Bakhita. Tuttavia, fin dall’inizio, c’erano anche conversioni nei ceti aristocratici e colti. Anche i ricchi vivevano «senza speranza e senza Dio». Infatti, la religione di Stato romana, si era ridotta a semplici cerimonie, ormai solo ad una «religione politica». La filosofia aveva confinato gli dèi nel campo dell’irreale, delle stelle e dei pianeti. Un Dio che si potesse pregare non esisteva. Ecco perché san Paolo contrappone la vita «secondo Cristo» alla vita sotto la signoria degli «elementi del cosmo» (Lettera ai Colossesi 2,8).

In questo senso san Gregorio Nazianzeno, dice che nel momento in cui i re magi guidati dalla stella adorarono Cristo, il nuovo re, giunse la fine dell’astrologia, perché da quel momento, ormai le stelle girano secondo l’orbita determinata da Cristo. Tutto ruota attorno a Cristo.

Di fatto, la concezione del mondo di allora, anche se in modo diverso, è nuovamente presente anche oggi. Quando si dimentica Cristo, si torna ad affidare la propria vita alle “leggi” delle stelle (all’astrologia, alle carte, ai maghi, al caso, …). Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che governano il mondo e l’uomo, ma è il Dio personale che governa le stelle, cioè l’universo; E se conosciamo questa Persona (Dio Padre) e Lei conosce noi, allora veramente non siamo più schiavi del caso, dell’universo, delle sue leggi, ma liberi (come Bakhita), perché il cielo non è vuoto.

Ecco la speranza cristiana: la vita non è un semplice prodotto del caso o delle leggi della materia, ma al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è lo Spirito Santo che in Gesù ci ha rivelato l’Amore che ama ogni uomo, il Padre, che guida la storia e sta dalla nostra parte per cambiarla.

dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

La speranza è dono che rende liberi, cioè è «redenzione» (3).
San Paolo, nella Lettera agli Efesini, scrive che gli Efesini, prima dell’incontro con Cristo erano senza speranza, perché erano «senza Dio nel mondo». Conoscere Dio – il vero Dio-, significa ricevere speranza. Noi che viviamo da sempre da cristiani, ci siamo assuefatti al concetto del Dio che ci salva e ci libera. Sembra che lo abbiamo dimenticato, non lo percepiamo più così vero e reale.
L’esempio di una santa, può aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio che ci libera.
Santa Giuseppina Bakhita, canonizzata da San Giovanni Paolo II era nata nel 1869 nel Darfur, in Sudan. All’età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati degli schiavi del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale, e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Finalmente, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano di origini venete, Callisto Legnani che, davanti al nemico che avanzava, tornò in Italia.
Dopo aver conosciuto in Africa dei «padroni» così terribili, di cui fino a quel momento era stata loro proprietà, Bakhita venne a conoscere un «padrone» totalmente diverso – che nel dialetto veneziano, lei chiamava «paron»: era il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora, aveva conosciuto solo padroni, che la disprezzavano, la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, sentiva dire che esisteva un «paron» al di sopra di tutti i padroni, Signore di tutti i signori, e che questo Signore era buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei; aveva creato anche lei, anzi la amava. Sì, anche lei era amata, e proprio dal «Paron» supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni, sono soltanto miseri servi. Lei era conosciuta, amata e attesa da Dio. Questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e crocifisso, e ora la aspettava «alla destra di Dio Padre». Finalmente, Bakhita scopriva cos’era la «speranza» – non solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: sono definitivamente amata, e qualunque cosa mi accada – io sono attesa da questo Amore, e così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era «redenta», non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che san Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza perché senza Dio.
Quando le proposero di ritornare nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo «Paron».
Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L’8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane, e da allora – accanto ai suoi lavori – in vari viaggi in Italia, cercò di annunciare e sollecitare la liberazione, che lei aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo: sentiva di doverla estendere; doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che l’aveva «redenta», doveva raggiungere molti, raggiungere tutti. Raggiungere anche noi, che abbiamo bisogno di nuovo di riscoprire cos’è la libertà di CristodD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

L’anno scorso non l’abbiamo potuta vivere insieme, ci riproviamo quest’anno. La Quaresima 2021 ci ripropone degli interrogativi antichi e fondamentali: cresce la mia fedeltà a Gesù Cristo? Cresce il mio desiderio di santità? Crescono il mio amore al Vangelo e il mio impegno nella Chiesa? Cresce il mio apostolato cristiano nella vita di ogni giorno, nel mio lavoro, fra i miei colleghi? Ho ancora speranza, e so donarla agli altri?

Ognuno risponda a queste domande, e si renderà conto che è necessaria una ripresa di slancio nella fede, una nuova apertura alo Spirito Santo, perché Cristo viva in noi, e perché la sua immagine si rifletta limpidamente nelle nostre scelte di vita, frequentando di più la Parola di Dio e i Sacramenti.

La Quaresima è il periodo di quaranta giorni (in latino, Quadragesima) dedicato alla preparazione della Pasqua. È un tempo di penitenza e di rinnovamento per tutta la Chiesa, fatto di digiuno, di astinenza e rinunce, di carità. In questo modo semplice e concreto, “la Chiesa ogni anno si unisce al mistero di Gesù nel deserto” (Catech. Chiesa Catt., 540). Proponendo ai cristiani l’esempio di Cristo nel suo ritiro nel deserto, la Chiesa ci prepara alla celebrazione delle solennità pasquali della passione, morte e risurrezione.

-La prima scelta della Quaresima è di accettare che la Chiesa, nel primo giorno di questo tempo santo, ci imponga le CENERI sulla testa e ci richiami la necessità di cambiare (= conversione) vita. Le Ceneri benedette sono per noi un forte richiamo alla serietà e responsabilità della vita; richiamo alla nostra fragilità, bisognosa di essere curata dal Medico divino (Gesù); richiamo al nostro essere terra (humus) umile, maestra di umiltà.

-La seconda scelta è la CARITÀ, che dice la verità sul nostro effettivo cambiamento interiore.

Per questo vi propongo:

1) “DOMENICA DEL CESTO PER I POVERI (Sabato 20 e Domenica 21 febbraio). Generi alimentari (pasta, latte, olio, pelati, tonno, carne in scatola, biscotti, marmellata, riso, farina, zucchero, ecc…) che saranno distribuiti alle famiglie povere delle nostre comunità attraverso la Caritas.

2) IL SOSTEGNO AI “PROGETTI MISSIONARI”, organizzati dalle nostre parrocchie, da mercoledì delle Ceneri a fine maggio.    

Gesti semplici pieni di speranza, per iniziare bene la Quaresima: un cammino di quaranta giorni per ritornare alla freschezza del vangelo vissuto.

dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Essere uomini e donne di speranza (1)

In questa stagione di vita molto impegnativa, a causa della pandemia, delle morti e delle conseguenze sociali ed economiche, è molto importante che noi cristiani ci impegniamo a seminare la speranza. Tra speranza ed illusione c’è molta differenza, e noi non vogliamo seminare fumo o ulteriore delusione. Iniziamo allora, ad approfondire cosa sia la speranza, e come divenire uomini e donne di speranza?

E mentre iniziamo a riflettere, facciamo una sorprendente scoperta: anche Dio coltiva una speranza. Sì, la mia, la nostra speranza è preceduta dalla speranza che Dio coltiva nei nostri confronti! Perché Dio ci ama per primo, e proprio per questo ha speranza ed attende che noi torniamo a Lui; che apriamo il cuore al suo amore; che mettiamo la nostra mano nella sua, e ci ricordiamo di essere suoi figli. Questa speranza ed attesa di Dio, precede sempre la nostra speranza, esattamente come il suo amore per noi, precede e ci raggiunge sempre per primo. Dio ha speranza in noi e ci chiede di aprirci a Lui. Come per i genitori terreni, che hanno sempre speranza che i loro figli lontani ritornino!

Per questo la speranza cristiana è detta “teologale”, perché Dio ne è la fonte, il sostegno e il termine. Che grande consolazione è sapere che la mia speranza non ha i confini della mia piccolezza o meschinità, né dei miei piccoli obiettivi umani! La speranza cristiana viene da Dio, è sostenuta da Dio e ha come fine il Cielo: Dio. Egli ha posto nel mio spirito un riflesso del suo desiderio di vita per tutti; Dio vuole che io viva, che io sia pieno di vita, che ami la vita e mi prenda cura della mia vita e di quella degli altri, che non mi senta padrone della vita! Pertanto, la nostra vocazione (chiamata che viene da Dio) è ad essere costruttori di speranza, e ogni uomo è chiamato a coltivare la speranza corrispondendo alle attese di Dio. Il mondo va avanti perché Dio ha fiducia e spera nell’uomo. Dio guarda al cuore dei piccoli, degli umili, guarda a coloro che attraversano le difficoltà e le fatiche e si impegnano ogni giorno a fare del loro meglio, a compiere un po’ di bene, che però agli occhi di Dio è tanto: in famiglia, nel lavoro, a scuola, nei diversi ambiti della società. Noi abbiamo scritta nel cuore la speranza, perché Dio nostro Padre è vita, ama la vita, vuole la vita per noi, e la vuole per la vita eterna e beata.

dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

VIVERE DA CRISTIANI LA MORTE. NON COME IL MONDO LA VIVE.

Davanti alla morte di una persona giovane, o di qualsiasi altra morte, quali sono le domande e lo stile, che un cristiano deve assumere, per potersi dire veramente cristiano? Certo, non come il mondo lo vive, ma da cristiani. Ci sono delle differenze?
1.La curiosità non appartiene allo stile cristiano. Domande inutili, fatte ai familiari, non per un reale dolore di partecipazione, ma per morbosità. «Perché ha fatto questo? Perché ha scelto quest’altro? Perché si veste così? Perché ha assunto quella decisione?» Non si può curiosare su tutto; dobbiamo di nuovo rispettare e accettare il mistero che c’è in ognuno di noi, in particolare, davanti al mistero del dolore. Non possiamo usare lo stile giornalistico o dei gossip nell’affrontare la sofferenza. La malattia, la morte, la vita, gli altri, Dio stesso, non possono essere accostati con il prurito della morbosità. Dobbiamo invece riscoprire l’umiltà, la prudenza davanti al mistero della persona e delle sue esperienze.
2.Non vivere la sofferenza e la morte solo in termini emotivi. L’emotività fa brutti scherzi… Quando accadono eventi di morte in una famiglia, c’è il rischio che si sviluppino grandi interessi e partecipazione; ma finito il funerale tutto finisca. Se viviamo la morte solo in modo emotivo, la nostra partecipazione al dolore dura tre giorni; ma se la viviamo con l’amore, la partecipazione dura molto di più. Prima i grandi slanci … telefonate, parole, messaggini, propositi, abbracci, lacrime, tanti fiori, …  Poi improvvisamente, neppure un saluto o un coinvolgimento. Lo stile cristiano è quello della fratellanza con chi soffre: prendere per mano, accompagnare rispettosamente, stare accanto a chi soffre. Più che vivere il dolore emotivamente, dobbiamo imparare a vivere da fratelli che si aiutano, e si prendono cura gli uni degli altri.
3.Vivere nella fede l’esperienza della sofferenza e della morte, così come si vivono nella fede anche le altre esperienze della vita. Vivere con fede la morte, significa sapersi porre le domande che ci cambiano dentro. «Cosa devo imparare da questa sofferenza e morte; cosa devo cambiare nel mio stile di vita; io, che sono ancora vivo e sano, cosa devo imparare da questo lutto? Cosa devo cambiare nella mia relazione con Dio e gli altri?» Vivere con fede, significa riscoprire che Dio è nostro Padre, anche nella morte; un Padre onnipotente, che ci abbraccia e non ci lascia soli, e condivide con noi, mediante Gesù suo figlio, le esperienze della nostra vita. Egli ci aiuta con la sua tenerezza, la sua vicinanza e il suo calore. Gesù piange con noi quando soffriamo; ci aiuta a vivere le esperienze del nascere e crescere, del soffrire e del morire. Cristo ha pianto stando accanto, e ora piange con chi è nel lutto: «Forza, il tuo caro non sparisce nel nulla; ora egli è con Me, per sempre. Perché Io ho dato a voi uno spirito immortale, eterno, l’anima. L’anima rimane per sempre, non muore. Io l’ho data a voi nel giorno in cui -dall’eternità- vi ho pensato e vi ho dato la vita».
Il corpo dei defunti rimane fra noi, perché possiamo godere ancora un po’ della loro vicinanza terrena. Ma la vera vicinanza, non è sapere che essi sono nel cimitero, sulla terra, ma che sono in Dio. E quando un cristiano ritorna a Dio, la sua anima e il suo spirito sono in Dio, e ci fa sentire vicina quest’anima; ce la ridona perché ci sentiamo amati anche dai nostri cari: essi non ci hanno abbandonati, anche se fisicamente non ci sono più. «Padre, aiutaci a diventare compagni di viaggio di chi soffre, come Cristo, e assieme a Cristo, che è venuto per soffrire con noi, e per riaprirci una porta, la porta del Cielo, l’unica che ci dona speranza. Quel Cielo che non è un nemico, ma il luogo in cui Dio abita e accoglie i nostri cari. Quel Cielo, in cui Dio ci fa sentire la sua vicinanza e ci dona la sua forza e il suo amore.                                    dD

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO(omelia per il “Te Deum” del 31.12.2020)

ESPRIMIAMO A DIO LA NOSTRA GRATITUDINE ANCHE IN TEMPO DI PANDEMIA

A conclusione di questo anno 2020, apparentemente orribile, ma che interpretiamo con il dono della fede, siamo davanti a Te Signore Gesù, presente in questo Santo Sacramento, e desideriamo ringraziare la Santa Trinità, perché ci aiuti a comprendere il senso degli avvenimenti, al di là delle apparenze buie e prive di speranza.

Ti ringraziamo perché siamo vivi, in salute, o guariti dal virus, mentre altri fratelli e sorelle non ci sono più. Ti vogliamo ringraziare per i 75.000 fratelli e sorelle, che sono ritornati al Padre, perché ognuno è stato un dono per i suoi familiari, per la Chiesa e per la società.

Ti ringraziamo, perché a causa di questo virus letale, hai ridimensionato il nostro delirio di onnipotenza, costringendoci a fermarci, a riflettere su ciò che è essenziale, a sentirci più deboli, fragili, vulnerabili. Ti ringraziamo, perché ci hai fatto riscoprire bisognosi e dipendenti dagli altri, e da Te che sei il Signore e Datore della vita e di ogni respiro.

Ti ringraziamo, perché in questi mesi di chiusura, agli sposi hai ridato il tempo di guardarsi, confrontarsi ed ascoltarsi, costretti a rimanere in casa. Ti ringraziamo, perché hai ridato ai genitori il tempo di stare con i loro figli, e ai figli la gioia di non sentirsi orfani di genitori sempre assenti ed altrove, e impossibilitati a dialogare sul loro presente e sul loro futuro.

Ti ringraziamo, per l’impegno profuso da coloro che hanno pubbliche responsabilità politiche, amministrative, di pubblica sicurezza, e quelle sanitarie, che si sono particolarmente dedicate ai fratelli.

Ti ringraziamo, per i malati che, assieme a Te Gesù, hanno saputo offrire la loro sofferenza per le necessità del mondo, della Chiesa, di queste nostre parrocchie. Ti ringraziamo per i loro familiari che li hanno curati, come attenti e fedeli samaritani.

Ti ringraziamo, per il Cielo stellato, che da decenni non vedevamo così pulito e limpido, a causa della nostra perniciosa ostinazione ad accumulare, sciupare e rovinare il Creato. Per i nostri amici animali, che hanno di nuovo invaso le nostre città silenziose e prive di rumori.

Ti ringraziamo, perché anche se in maniera diversa dal solito, ci hai fatto sentire parte di una Comunità parrocchiale, di una Chiesa diocesana e universale. Ti ringraziamo perché ogni giorno di questo anno abbiamo potuto offrire su questo altare il Divin Sacrificio. Ti lodiamo perché anche in questo anno non ci è mancato il dono della Tua Parola santa, che ha illuminato il nostro cammino, e per i sacramenti della fede che hanno irrobustito il nostro passo incerto.

Grazie anche per il nostro arcivescovo Andrea Bruno e per il Papa, che ti affidiamo, che ci hanno incoraggiato a credere, sperare e amare, nonostante la molta sofferenza.

Ti ringraziamo, o Altissimo Amore, perché termina una pagina della storia umana. Gesù, il Tuo Sangue ha scritto a caratteri di fuoco, parole d’amore, di speranza, di comunione, di gratitudine. Ci uniamo a Te in questa lode. Si uniscono a noi, la Vergine Maria, gli Apostoli, i Martiri, i nostri Patroni e tutti i Santi che hanno dato la loro vita per la diffusione del Vangelo e la costruzione del Tuo Regno, e che ci consentono di essere qui, una Comunità che loda il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.

dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

ESPRIMIAMO A DIO LA NOSTRA GRATITUDINE ANCHE IN TEMPO DI PANDEMIA
(omelia per il “Te Deum” del 31.12.2020)

A conclusione di questo anno 2020, apparentemente orribile, ma che interpretiamo con il dono della fede, siamo davanti a Te Signore Gesù, presente in questo Santo Sacramento, e desideriamo ringraziare la Santa Trinità, perché ci aiuti a comprendere il senso degli avvenimenti, al di là delle apparenze buie e prive di speranza.
Ti ringraziamo perché siamo vivi, in salute, o guariti dal virus, mentre altri fratelli e sorelle non ci sono più. Ti vogliamo ringraziare per i 75.000 fratelli e sorelle, che sono ritornati al Padre, perché ognuno è stato un dono per i suoi familiari, per la Chiesa e per la società.
Ti ringraziamo, perché a causa di questo virus letale, hai ridimensionato il nostro delirio di onnipotenza, costringendoci a fermarci, a riflettere su ciò che è essenziale, a sentirci più deboli, fragili, vulnerabili. Ti ringraziamo, perché ci hai fatto riscoprire bisognosi e dipendenti dagli altri, e da Te che sei il Signore e Datore della vita e di ogni respiro.
Ti ringraziamo, perché in questi mesi di chiusura, agli sposi hai ridato il tempo di guardarsi, confrontarsi ed ascoltarsi, costretti a rimanere in casa. Ti ringraziamo, perché hai ridato ai genitori il tempo di stare con i loro figli, e ai figli la gioia di non sentirsi orfani di genitori sempre assenti ed altrove, e impossibilitati a dialogare sul loro presente e sul loro futuro.
Ti ringraziamo, per l’impegno profuso da coloro che hanno pubbliche responsabilità politiche, amministrative, di pubblica sicurezza, e quelle sanitarie, che si sono particolarmente dedicate ai fratelli.
Ti ringraziamo, per i malati che, assieme a Te Gesù, hanno saputo offrire la loro sofferenza per le necessità del mondo, della Chiesa, di queste nostre parrocchie. Ti ringraziamo per i loro familiari che li hanno curati, come attenti e fedeli samaritani.
Ti ringraziamo, per il Cielo stellato, che da decenni non vedevamo così pulito e limpido, a causa della nostra perniciosa ostinazione ad accumulare, sciupare e rovinare il Creato. Per i nostri amici animali, che hanno di nuovo invaso le nostre città silenziose e prive di rumori.
Ti ringraziamo, perché anche se in maniera diversa dal solito, ci hai fatto sentire parte di una Comunità parrocchiale, di una Chiesa diocesana e universale. Ti ringraziamo perché ogni giorno di questo anno abbiamo potuto offrire su questo altare il Divin Sacrificio. Ti lodiamo perché anche in questo anno non ci è mancato il dono della Tua Parola santa, che ha illuminato il nostro cammino, e per i sacramenti della fede che hanno irrobustito il nostro passo incerto.
Grazie anche per il nostro arcivescovo Andrea Bruno e per il Papa, che ti affidiamo, che ci hanno incoraggiato a credere, sperare e amare, nonostante la molta sofferenza.
Ti ringraziamo, o Altissimo Amore, perché termina una pagina della storia umana. Gesù, il Tuo Sangue ha scritto a caratteri di fuoco, parole d’amore, di speranza, di comunione, di gratitudine. Ci uniamo a Te in questa lode. Si uniscono a noi, la Vergine Maria, gli Apostoli, i Martiri, i nostri Patroni e tutti i Santi che hanno dato la loro vita per la diffusione del Vangelo e la costruzione del Tuo Regno, e che ci consentono di essere qui, una Comunità che loda il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen. dD                                                                                                                                                   dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

IL MESSAGGIO DI NATALE 2020

Caro Gesù, quando sei venuto al mondo, povero, in mezzo ai poveri, ci hai donato un vaccino potente che ancora nessuno scienziato è riuscito ad inventare o superare, nonostante secoli di ricerca e fiumi di denaro. Un vaccino che è disceso direttamente dai laboratori del Cielo, per dare un’immunità di gregge a questa povera gente che noi siamo. Hai inventato e proposto il vaccino contro il virus più potente della storia, che continua a mietere milioni di morti, e crea vittime tra i ragazzi, i giovani e gli adulti. Un virus ancora sottovalutato e quasi deriso nonostante i danni che sta mietendo. L’hai testato su di te, sperimentando sulla tua persona fino alla croce, gli effetti di questo male, che continua a riprodursi, ricrearsi, modificarsi, ma che in radice rimane sempre figlio dello stesso ceppo originario, nonostante le molteplici varianti. Questo virus è il rifiuto di Dio.

Nella migliore delle ipotesi, ha prodotto nel mondo il peccato, l’indifferenza nei confronti di Dio, e l’indifferenza all’uomo, alla vita, al creato. Nelle peggiori delle ipotesi ha generato le ideologie che in nome dell’anti-dio che è il denaro, sostengono la guerra, le armi, la povertà, la fame e le malattie; un virus che ha innescato sanguinose guerre, la violenza verso i deboli, i fragili, gli indifesi. Un virus letale che ha spaccato e continua a spaccare il mondo, le comunità e le famiglie.

Tu Gesù, ci hai proposto il tuo vaccino, in modo gratuito, libero, già sperimentato e offerto a tutti gli uomini. Basta solo porgere le braccia e il cuore, e tu ci fai una trasfusione risanatrice dal male e guaritrice degli effetti di quel male: l’amore di Dio riversato nei nostri cuori. Sei venuto a proporcelo, facendoti piccolo e servo dell’umanità; non ce l’hai imposto, ma proposto.

Gesù, non hai voluto affidare la diffusione di questo vaccino a nessuna compagnia o azienda commerciale, ma solo ai tuoi discepoli, che ne avevano compreso il grande dono, contemplandolo nelle tue ferite sanguinanti, affinchè ricevendo il tuo amore, il tuo perdono, la tua misericordia, essi stessi lo donassero agli altri, condividendolo. Questo vaccino si infonde nelle persone per diffusione, attraverso la testimonianza fino al sangue versato. Quello dei testimoni, non è un sangue infetto, ma guarito dal tuo sangue. Per questo, il sangue dei testimoni genera altri testimoni di amore.

Contro il virus del peccato, Gesù hai posto come baluardo il tuo corpo sacrificato e il tuo sangue versato. Sapevi Gesù, che qualcuno si sarebbe impossessato di questo brevetto, non per metterlo al servizio di tutti, ma per creare l’ideologia di Dio, utilizzando Dio contro l’uomo, rendendo schiavo l’uomo, rinchiudendolo nei vari lager di ogni tempo.

Il cristianesimo è nato dal sangue dei martiri, non dalla violenza come risposta alla violenza e al male. Perché il tuo vaccino genera solo amore umile, servizio disinteressato, fedeltà fino alla morte, umile gratuità e solidarietà fedele.

Per trovare questi diffusori del tuo vaccino, che tu chiami “martiri”, non è necessario andare alle catacombe o al Colosseo: i martiri sono vivi adesso, in tanti paesi. Talvolta sono perseguitati per la fede, in alcune nazioni, perchè non possono innalzare la croce: sono puniti se lo fanno. Oggi, nel secolo XXI, la nostra Chiesa è una Chiesa di martiri, perché l’anti-dio teme gli effetti benevoli del tuo vaccino. Nonostante questo mondo ne abbia bisogno, non sa cercare in Te la sorgente gratuita di questo vaccino.

Hai aperto la prima farmacia per la diffusione di questo vaccino in una povera e puzzolente grotta a Betlemme, una cittadina che il mondo non conosce più, perché si è inorgoglito. Hai scelto tu i primi ad essere vaccinati: i pecorai e i poveri di quella Città. Sono venuti gioiosamente da te per accogliere questo dono. Solo dopo, sono arrivati anche dei Re, che dopo aver cercato invano sui libri e tra le stelle, confusi dalla tua umiltà, sono giunti ai tuoi piedi e ti hanno adorato, chiedendoti la ricetta del tuo vaccino per i loro cuori e i loro regni. Anche a loro l’hai donato, affinchè divenissero uomini che sanno governare con sapienza, giustizia, e benevolenza verso i più poveri. Hai dato a loro, e a tutti, il potere di costruire sulla terra un regno di giustizia e di pace, di servizio, di amore e verità.

Ti ringraziamo Gesù per il tuo Natale. Per questo diciamo nel nostro cuore: Gloria a Dio nell’alto dei Cieli, e pace in terra agli uomini che Dio ama gratuitamente.

dD

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

IV di Avvento B. 20.12.2020

Questa domenica di Avvento, vicinissima al Natale, è dominata dall’immagine di Maria. Essa rappresenta la Chiesa che accoglie il suo Salvatore.
Si realizza così l’antica profezia fatta a Davide: Dio stesso si costruisce il Tempio per abitare in mezzo a noi (prima lettura) e «realizzare la nostra salvezza» (seconda lettura).
Questo Tempio è il cor­po verginale di Maria.
L’avvenimento dell’Annunciazione, per i cristiani, è grande. Dio entra personalmente nella storia umana, viene a piantare la sua ten­da nel nostro villaggio, viene a realizzare il mistero del suo amore misericordioso, per salvarci (seconda lettura).
Gesù, Figlio di Dio e di Ma­ria, viene a iniziare sulla terra il Regno di Dio.
Inizia il tempo in cui Dio si dona definitivamente alle persone uma­ne, chiamandole ad essere suoi figli e a vivere come fratelli, pur tra le difficoltà della vita; le mette insieme come comunità, l’insieme di persone che si lasciano gui­dare da Dio, e trasformano la loro vita a immagine della vita di Gesù, servo di Dio e dei suoi fratelli.
Esse saranno salvate: dal pecca­to che distrugge l’amicizia con Dio; dalla disperazione che nasce nel­la solitudine, nella fatica, nella sofferenza, quando non sappiamo perché viviamo e soffriamo; dalla morte, poiché Gesù risorgerà e tut­ti risorgeremo con Lui.

dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Iniziamo a leggere il Vangelo di Marco.

È il più antico dei quattro vangeli.
Così inizia il vangelo di questa domenica II di Avvento: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”: in quattro parole, è detto tutto il mistero di Gesù di Nazaret. Quest’uomo, è Cristo, Figlio di Dio, è allo stesso tempo re, Messia, colui che porta a compimento l’attesa del suo popolo; è realmente Figlio di Dio, vale a dire Dio stesso… Così le attese del popolo eletto sono state non soltanto colmate, ma ampiamente superate. Il resto del vangelo di Marco sarà lo sviluppo di questo primo versetto.
Vangelo: Buona Notizia” è esattamente il significato della parola “vangelo”. All’epoca, le belle grandi notizie ufficiali – come la nascita di un re o una vittoria militare – erano chiamate “vangeli.”
Matteo, Marco, Luca e Giovanni non hanno scritto libri di ricordi su Gesù di Nazaret. Loro ci invitano a Credere al Vangelo. Questa Buona Notizia, gli evangelisti non vogliono tenerla per se stessi. La scrivono per dire al mondo: Colui che il popolo di Dio attendeva è arrivato, egli dà senso alla vita ed alla morte, apre nuovi orizzonti, illumina i nostri occhi ciechi, fa vibrare i nostri timpani induriti, mette in moto le membra paralizzate e giunge fino a far sorgere i morti. Ecco la Buona Notizia!
Questa Buona Notizia comincia con la predicazione di Giovanni Battista: “Si presentò Giovanni a predicare nel deserto.” E Marco cita il profeta Isaia: “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri.”
È raro che i vangeli descrivano gli abbigliamenti e il cibo di qualcuno! Se Marco lo fa qui per Giovanni Battista, è perché ciò ha un senso: “Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico.” Le locuste ed il miele selvatico sono il cibo del deserto. Il primo uomo aveva perso il suo paradiso, e a causa del suo rifiuto di Dio era caduto in un deserto. Ora la nuova creazione, che il Cristo viene ad instaurare parte dal deserto: qui devi ritrovare il Dio che hai abbandonato, e se sarai fedele a Lui, Dio ti riporterà nel paradiso. La grande avventura per ricreare l’Alleanza con Dio è cominciata.
Marco lascia intuire, che Giovanni Battista ci guida dall’Alleanza storica, conclusa nel deserto dell’Esodo verso l’Alleanza definitiva in Gesù Cristo (diciamo nelle parole della consacrazione: “questa è la nuova ed eterna alleanza per voi…”). Quel vestito di peli di cammello, era quello usato dal grande profeta Elia (2Re 1,8): per questo lo si riconosceva da lontano. Giovanni Battista è dunque presentato come il successore di Elia. Si credeva che sarebbe tornato di persona ad annunciare la venuta del Messia. Non sorprende, dunque, che ci sia tutto un fermento attorno a Giovanni Battista. Chi sa? È forse tornato Elia? Ciò vorrebbe dire che l’arrivo del Messia è imminente!
Ci dice Marco, ecco perché le folle accorrono attorno a Giovanni Battista, ma costui non si monta la testa: egli sa di essere solo una voce, un segno. Suo compito è di annunciare uno più grande di lui. Colui che vi annuncio è talmente più grande di me che io non sono degno neppure di chinarmi a sciogliere i legacci dei suoi sandali. Come Elia, come ogni vero profeta, Giovanni Battista predica la conversione: a coloro che vogliono cambiare vita, egli propone un battesimo nell’acqua, per manifestare la ferma decisione di purificare la propria vita (cioè di volgere definitivamente le spalle a tutti gli idoli pagani, qualunque essi siano).
Ma Giovanni Battista precisa: tra il suo battesimo e quello di Cristo c’è diversità! “Io vi battezzo con acqua”: che è desiderio di una nuova vita… (sono gesti di uomini). Mentre il gesto di Cristo sarà il gesto di Dio: “egli vi battezzerà con lo Spirito Santo”. È Dio stesso che trasformerà il suo popolo.
In chimica, si dice di un corpo che è puro quando è senza miscuglio. Sì, il cuore puro, è quello che è interamente rivolto verso Dio. Dobbiamo voltare le spalle agli idoli (quali sono le mie divinità pagane, presenti nella mia vita?) e scegliere e guardare a Gesù “il Verbo che era presso Dio” venuto ad abitare in mezzo a noi. Egli ci riempirà dello Spirito Santo. Per accoglierlo, non dobbiamo fare altro che lasciarci trasformare ed accogliere il dono di Dio, lo Spirito Santo. Senza lo Spirito Santo non si rinnova né il proprio cuore, né il mondo. Ricordiamolo!  dD