RIFLESSIONE DEL PARROCO

Venerdì 18 settembre: viviamo insieme la VIA CRUCIS.

In questo tempo sconcertante, in cui abbiamo trascurato la dimensione assembleare, che tanto ci alimenta e ci sostiene; in questi mesi in cui non abbiamo potuto celebrare né la settimana santa, né la morte di Gesù, né la sua Pasqua di risurrezione, noi dodici parrocchie della Collaborazione pastorale di Variano, venerdì prossimo vogliamo fermarci a pregare, ad ascoltare la parola di Dio, e prendere di nuovo la decisione per orientare la nostra vita e accogliere le grazie che il Signore vuole farci. Così, la Via Crucis può essere di nuovo un segno, un invito, un’opportunità a credere a Gesù, che «umiliò se stesso fino alla morte di croce» (Filippesi 2).
La Via Crucis è la strada che percorrono i crocifissi. C’è sempre una folla che assiste alla morte tragica di qualcuno, che commenta, si incuriosisce, insulta, si commuove, distoglie lo sguardo per non vedere il condannato. Ma solo Gesù, tra tutti coloro che sono passati da quella strada della croce, è divenuto il Salvatore,  ed è per questo motivo che cerchiamo l’incontro con lui.
Per questo motivo la Via Crucis non può essere mai uno spettacolo, neanche uno spettacolo sacro. Dobbiamo resistere alla tentazione di fare della vita di Gesù una delle tante storielle tragiche di cui l’umanità si deve vergognare; la passione di Gesù, non può essere trattata come un argomento di conversazione tra gente che, seduta nel suo salotto, disquisisce sulla vicenda, ne parla come di un fatto di cronaca da ricordare, ma capitato anche ad altri, un fatto lontano, forse, istruttivo ma insignificante per me. La Via Crucis e la passione di Gesù non sono un deplorevole fatto di cronaca sono le pagine di sangue scritte da Gesù Cristo per salvarci.
Dobbiamo cercare l’incontro con lui solo, per essere salvati. Del Signore non ci basta il ricordo, l’emozione che ha suscitato una croce o un’immagine che gli artisti hanno prodotto; noi vogliamo incontrarlo di nuovo attraverso la nostra fede!
Ci faremo aiutare da Maria, nostra madre che, sotto la croce aspetta sempre una parola, un gesto da suo figlio, perché vive di fede, e trova solo in Gesù il significato della sua vita, la sua vocazione, la sua missione nella Chiesa. Ritorniamo al Signore con l’aiuto di Maria: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela», come si legge nel Vangelo di Giovanni al capitolo 2.  anche a noi, Gesù parlerà e dirà qualche parola importante.
Preghiamo insieme la Via Crucis per ritrovare Gesù, e attraverso di lui, torniamo ad incontrarci con il Padre di misericordia. Vogliamo farci vicini al Signore Gesù, perché tutto il dolore dei crocifissi della storia trovi finalmente speranza e salvezza.
Vi aspetto venerdì 18 settembre, alle 20.30, sulla Collina di Variano.              dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Venerdì 18 settembre: viviamo insieme la VIA CRUCIS.

In questo tempo sconcertante, in cui abbiamo trascurato la dimensione assembleare, che tanto ci alimenta e ci sostiene; in questi mesi in cui non abbiamo potuto celebrare né la settimana santa, né la morte di Gesù, né la sua Pasqua di risurrezione, noi dodici parrocchie della Collaborazione pastorale di Variano, venerdì prossimo vogliamo fermarci a pregare, ad ascoltare la parola di Dio, e prendere di nuovo la decisione per orientare la nostra vita e accogliere le grazie che il Signore vuole farci. Così, la Via Crucis può essere di nuovo un segno, un invito, un’opportunità a credere a Gesù, che «umiliò se stesso fino alla morte di croce» (Filippesi 2).
La Via Crucis è la strada che percorrono i crocifissi. C’è sempre una folla che assiste alla morte tragica di qualcuno, che commenta, si incuriosisce, insulta, si commuove, distoglie lo sguardo per non vedere il condannato. Ma solo Gesù, tra tutti coloro che sono passati da quella strada della croce, è divenuto il Salvatore,  ed è per questo motivo che cerchiamo l’incontro con lui.
Per questo motivo la Via Crucis non può essere mai uno spettacolo, neanche uno spettacolo sacro.Dobbiamo resistere alla tentazione di fare della vita di Gesù una delle tante storielle tragiche di cui l’umanità si deve vergognare; la passione di Gesù, non può essere trattata come un argomento di conversazione tra gente che, seduta nel suo salotto, disquisisce sulla vicenda, ne parla come di un fatto di cronaca da ricordare, ma capitato anche ad altri, un fatto lontano, forse, istruttivo ma insignificante per me. La Via Crucis e la passione di Gesù non sono un deplorevole fatto di cronaca sono le pagine di sangue scritte da Gesù Cristo per salvarci.
Dobbiamo cercare l’incontro con lui solo, per essere salvati. Del Signore non ci basta il ricordo, l’emozione che ha suscitato una croce o un’immagine che gli artisti hanno prodotto; noi vogliamo incontrarlo di nuovo attraverso la nostra fede!
Ci faremo aiutare da Maria, nostra madre che, sotto la croce aspetta sempre una parola, un gesto da suo figlio, perché vive di fede, e trova solo in Gesù il significato della sua vita, la sua vocazione, la sua missione nella Chiesa. Ritorniamo al Signore con l’aiuto di Maria: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela», come si legge nel Vangelo di Giovanni al capitolo 2.  anche a noi, Gesù parlerà e dirà qualche parola importante.
Preghiamo insieme la Via Crucis per ritrovare Gesù, e attraverso di lui, torniamo ad incontrarci con il Padre di misericordia. Vogliamo farci vicini al Signore Gesù, perché tutto il dolore dei crocifissi della storia trovi finalmente speranza e salvezza.
Vi aspetto venerdì 18 settembre, alle 20.30, sulla Collina di Variano.         dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Penitenza, penitenza, penitenza!

Sono giorni importanti: L’8 settembre Festa della Natività di Maria; e poi ci prepariamo alla Confessione personale, e alla Grande “Via Crucis” penitenziale del 18 settembre. Per prepararci a questi eventi, vi invito a tornare a Lourdes per farci aiutare dalla Madonna, che ci ha lasciato un messaggio grande, con le 18 Apparizioni.
-L’ 11 febbraio 1858, Bernadette, con sua sorella e un’amica, vanno in cerca di legna. Arrivano alla  Grotta di Massabielle, una discarica, un luogo sporco, oscuro, umido e freddo. Veniva chiamata “grotta dei maiali”, perché era il loro rifugio. È in questo luogo che Maria, tutto biancore, tutta purezza, segno dell’amore di Dio, e segno di ciò che Lui vuole fare in ciascuno di noi, ha voluto apparire: un contrasto immenso, che ci ricorda Cristo venuto a cercare ciò che era perduto. Maria è apparsa, per ricordarci che Dio ci raggiunge ovunque, nel pieno dei nostri immondezzai umani, delle nostre miserie, di tutte le nostre cause perse. Dio ci dà un segno per svelarci il suo cuore ed il nostro cuore. Il suo messaggio è chiaro: ci ama così come siamo, con tutti i nostri successi, ma anche con tutte le nostre ferite, le nostre fragilità, i nostri limiti sperimentati in questa pandemia.
-“Non vi prometto di rendervi felice in questo mondo, ma nell’altro” (3^ app.). In questi mesi abbiamo conosciuto ancor più il mondo della violenza, della menzogna, della sensualità, del profitto, della guerra, ma anche il mondo della carità, della solidarietà, della giustizia. Quando Gesù, nel Vangelo, ci invita a scoprire il Regno dei Cieli, ci invita a scoprire, nel mondo così come è, un “altro mondo”. Lì dove c’è l’amore, Dio è presente. E Maria trasmette a Bernadette la certezza di una terra promessa, che non potrà essere raggiunta dalla piena felicità, se non al di là della morte. Sulla terra, con l’amore vissuto tra noi, ci sono solo le premesse per il Cielo.
-Tra l’8^ e la 12^ apparizione il viso di Bernardetta diventa triste e compie gesti incomprensibili: gli vien chiesto di camminare in ginocchio fino in fondo alla Grotta; di baciare la terra; di mangiare erbe amare; di raschiare il suolo e, per tre volte, di  bere acqua fangosa; prendere del fango tra le mani e sfregarselo sulla faccia. E la folla gongolante conclude: “Bernardette è pazza!”. Per quattro apparizioni ripeterà gli stessi gesti. Ma cosa significa tutto questo?
-I gesti che “la Signora” gli ha chiesto di compiere sono gesti biblici. Andare in ginocchio nella Grotta: è il gesto dell’Incarnazione, dell’abbassamento di Dio che si fa uomo. Bernadette bacia la terra per spiegare che così Dio ha fatto per noi. Quando gli ebrei volevano manifestare che Dio aveva preso su di sè tutte le amarezze e tutti i peccati del mondo, uccidevano un agnello, lo svuotavano, lo riempivano di erbe amare e pronunciavano su di esso la preghiera: “Ecco l’Agnello di Dio che prende su di sé tutte le disgrazie, toglie tutte le amarezze e tutti i peccati del mondo”. Questa preghiera è ripetuta nella Messa: così, Dio si fa uomo per portare l’uomo in Cielo!
-“Andate alla fonte, bevete e lavatevi” (9^ app.). Con questi gesti ci è rivelato il mistero stesso del cuore del Cristo: “Un soldato, con la lancia, trapassa il cuore e, immediatamente, scaturiscono sangue e acqua”. Il cuore dell’uomo, ferito dal peccato è espresso dalle erbe e dal fango. Ma in fondo a questo cuore c’è la vita stessa di Dio, manifestata dalla fonte della grazia dei sacramenti ai quali vogliamo tornare dopo questa pandemia.
-“La Signora ti ha detto qualcosa?” (9^ app.) E lei: “Sì, Penitenza, penitenza, penitenza”. Per la Chiesa, fare penitenza è convertirci, tornare a volgere il proprio cuore a Dio e ai fratelli, farci entrare nello Spirito di Dio, perché il peccato non fa la felicità dell’uomo, neanche quando si ha la salute. Il peccato è tutto ciò che si oppone a Dio!
Come comunità cristiana, vogliamo allora volgere di nuovo il nostro volto e lasciarci abitare da Dio per “diventare immacolati”, radicalmente perdonati ed essere, anche noi, testimoni di Dio in un mondo povero fragile, che appare ormai più un immondezzaio, che il paradiso di Dio.                                                                                   dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

L’essenzialità nelle scelte educative

L’essenzialità è un modo di essere e di vivere la vita, prima ancora che un modo di utilizzare le risorse disponibili. Sappiamo, che il vestito o le scarpe firmate escludono o aggregano i gruppi di ragazzi; per questo, i ragazzi temono di esser tagliati fuori dai circuiti relazionali dei loro amici.
Come educare all’essenzialità? Facendo crescere la libertà attraverso la rinuncia. Certo, non è facile proporre rinunce oggi; i nostri bambini, ragazzi e giovani non sono pronti ad affrontarle, anche perché noi stessi adulti non sappiamo rinunciare, e non siamo pronti alle rinunce. Soprattutto, i nostri figli non sono abituati a comprendere il “perché” della rinuncia! Se tutto è disponibile, se tutto posso ottenere, perché dovrei rinunciarvi? Lo voglio, lo pretendo, se non mi viene dato, me lo prendo da me. Proviamo ad applicare questa visione alle risorse vitali, acqua, cibo, “denaro”, pensando che non sono illimitate…
Allora, sforziamoci come adulti, di proporre loro la ricerca di beni ben più durevoli, illimitati, capaci di creare legami: la fede in Dio, l’amore verso tutti, l’amicizia, la solidarietà, l’accoglienza dei più deboli. Per farlo, oggi occorrono il coraggio e la forza dell’esempio: due elementi validi in ogni azione educativa.
L’obiettivo educativo più importante è dunque far comprendere, che si può vivere con dignità senza “possedere tutto”, ma solo ciò che è essenziale per “vivere in modo degno”.
Ma cos’è necessario “per vivere in modo degno”? Qui ritorna la necessità della nostra fede: chi è l’uomo per la Parola di Dio? La Bibbia, insegna che l’uomo è stato creato «ad immagine di Dio» capace di conoscere e di amare il suo Creatore, e che fu costituito da lui sopra tutte le creature terrene quale signore di esse (non schiavo delle cose), per governarle e servirsene a gloria di Dio (cfr Concilio Vat. II, GS, 12). Per questo all’uomo non possono bastare le “cose”, fossero a sua disposizione anche tutte e le più belle, perché in lui v’è una sete di Altro e di altro. Se io possedessi tutti i beni della terra, ma non avessi l’interiorità, la fede, la capacità di amare e donare, … a nulla servirebbero le mie ricchezze. Anche se ricco, sarei senza una dignità umana.
Anche le relazioni tra le persone sono vissute nell’ottica del “consumo”, e non della “dignità umana”? Noi educhiamo i nostri figli ad avere una loro dignità, o li educhiamo (o diseduchiamo) a consumare persone e cose?
Viviamo nel benessere più sfrenato, acquistiamo e consumiamo più di quanto ci occorre, anche l’inutile, per il solo gusto di possedere. Così, ci abituiamo a “produrre scarti” buttando il cibo e le cose. Ma non solo, non ci fa più problema se accanto a noi ci sono “vite di scarto”, emarginati da una società che produce persone tagliate fuori da ogni circuito perché impossibilitate a consumare, o perché loro stesse oggetto di consumo da parte di altri. Così una società senza dignità umana, produce uomini scartati e senza dignità. Ma la Parola di Dio ci insegna, che fa parte della nostra dignità umana prenderci cura anche di chi è meno fortunato, alla maniera di Cristo che si è preso cura di ciascuno di noi poveri, deboli e peccatori. Per Cristo, non ci sono scarti.   dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

«Qual vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?» (Matteo 16,26).
Questi mesi di Covid-19 ci hanno disorientati e sconquassati; ci hanno portato -oltre al timore della malattia- al sospetto reciproco, al timore dell’untore, ci hanno allontanato gli uni dagli altri. Dopo mesi, temiamo non solo di toccarci, di stringerci la mano, ma perfino di guardarci, di farci un sorriso e comunicarci una parola. Ma ciò che è più inquietante, abbiamo timore perfino di Dio e del luogo più caro alla nostra fede: la chiesa. Non entriamo più in chiesa, e temiamo di portarci i nostri figli, come se la chiesa fosse il covo del Covid-19. Magari in spiaggia, nei bar e pizzerie, nei centri commerciali, lì sì li portiamo senza timore… Abbiamo perso il buon senso e la fede? Mi pare di poter dire, che anche la nostra fede è stata sconquassata, rimessa in discussione; abbiamo perso il giusto orientamento di Dio! Anche la nostra fede ha dunque la necessità di essere ripensata, rimotivata, riempita di serenità e speranza.
Perché in chiesa? È il luogo dove si radunano i cristiani, dove si prega e si canta; è il luogo del nutrimento della nostra fede mediante i santi doni che sono i sacramenti e la Parola di Dio. Rientrare in chiesa, significa desiderare Dio, i sacramenti, la Parola Santa; desiderare la Chiesa che sono i miei fratelli e sorelle. Ma entrare in chiesa richiede a noi di lasciare la strada, il luogo del movimento e del transito, spesso, luogo della chiacchiera e dei “luoghi comuni”. La strada, simbolo della frenesia, dalla quale ci lasciamo prendere e che ci provoca superficialità, incapacità a riflettere ed interrogarci. Così, svuotati e senza interiorità diamo tutto per scontato, non sappiamo più stupirci, né chiedere perdono, né lodare, né ringraziare.
Rientrare in chiesa significa desiderare di “rientrare” in sé stessi; rientrare in comunione con Dio e i fratelli di fede; ma pure, rientrare nella “speranza” che la vita continua nonostante si respiri la morte ovunque. Ricorda: Dio ti ama; la tua comunità ti ama. Porta i tuoi figli nel luogo in cui ci si sente amati!          dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Dobbiamo essere attenti alle vocazioni.

Fa problema a qualcuno che siano poche le vocazioni di speciale consacrazione nella nostra Arcidiocesi? È domanda necessaria questa se vogliamo che non manchino coloro che consegnano la fede alle nuove generazioni, e di ciò che la fede porta con sé. La fede nel Signore risorto porta con sé che i discepoli sanno di dovergGli obbedire. Un’obbedienza alla chiamata di Colui che ci chiama e ci ama, e ci chiede una sequela fino alla donazione totale agli altri. Proprio perché ama, Egli chiama i suoi amici ad una vita più intensamente di comunione e di dono totale per l’edificazione del regno.
È venuta meno, oggi, la “consegna” (traditio) semplice ma chiara, delle nostre famiglie cristiane di un tempo alle nuove generazioni. I genitori cristiani sperimentavano la vocazione come benedizione del Signore (“Se Dio chiama un nostro figlio, Egli ama la nostra famiglia”) e atto di amore (“Se Dio ti chiama digli di sì, fidati di Lui, perché ti ama”).
Ma oggi ancora, Dio chiama perché ama? Ama la persona che chiama, ama la famiglia in cui essa è nata, ama la Chiesa perché la feconda di nuove vocazioni. Ma esse vanno riconosciute, perché va riconosciuto l’amore di Dio. “Padre,… dona a coloro che hai scelto per essere interamente tuoi, di manifestarsi alla Chiesa e al mondo come segno visibile del tuo regno (Messale Romano, Messa per le Vocazioni religiose).
La questione “vocazioni” riguarda, dunque, tutti coloro che sono battezzati in  Cristo. È necessario parlare, dibattere, approfondire il tema delle vocazioni perché la fede in Cristo, e la sua trasmissione alle nuove generazioni non si risolva in un’ideologia mistica, ma in scelte di vita cristiana che segnano la storia con la profezia di vite donate agli altri in nome di Colui che mi ama da sempre. La speranza ha un nome preciso: Cristo risorto. Egli non è un’ideologia, né una vaga filosofia, ma è la Persona che ha obbedito alla volontà del Padre e si consegnato a Lui per rispondere alla sua peculiare e originale chiamata di Salvatore del mondo, rivelatrice del disegno trinitario. Egli ha fatto crescere i suoi discepoli nella conoscenza dell’amore del Padre suo, perché solo chi si sente amato può sentirsi chi-amato.
Per le vocazioni ci si comporta un po’ come Vladimiro ed Estregone dell’opera Aspettando Godot. Si spera nel futuro, senza sapere né chi sia Godot, né da dove venga, né quando. In attesa di eventi o anni migliori, Vladimiro ed Estregone si scambiano parole e gesti assurdi e senza senso. Nelle nostre parrocchie si aspetta …qualche leader carismatico che risolva il “problema vocazioni”, qualche generoso giovane dono dall’alto, qualche evento magico che risolva la “cosa”; si crede di risolvere la questione affidandosi in modo mitico a qualche gruppo religioso o attingendo ad altri popoli o razze.
Si tratta piuttosto di riprendere la responsabilità della riflessione e delle scelte di carattere spirituale, pastorale e educativo per una ri-consegna della fede che parli della vocazione come segno dell’amore preferenziale di Dio.     dD

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Dobbiamo essere attenti alle vocazioni.
Fa problema a qualcuno che siano poche le vocazioni di speciale consacrazione nella nostra Arcidiocesi? È domanda necessaria questa se vogliamo che non manchino coloro che consegnano la fede alle nuove generazioni, e di ciò che la fede porta con sé. La fede nel Signore risorto porta con sé che i discepoli sanno di dovergGli obbedire. Un’obbedienza alla chiamata di Colui che ci chiama e ci ama, e ci chiede una sequela fino alla donazione totale agli altri. Proprio perché ama, Egli chiama i suoi amici ad una vita più intensamente di comunione e di dono totale per l’edificazione del regno.
È venuta meno, oggi, la “consegna” (traditio) semplice ma chiara, delle nostre famiglie cristiane di un tempo alle nuove generazioni. I genitori cristiani sperimentavano la vocazione come benedizione del Signore (“Se Dio chiama un nostro figlio, Egli ama la nostra famiglia”) e atto di amore (“Se Dio ti chiama digli di sì, fidati di Lui, perché ti ama”).
Ma oggi ancora, Dio chiama perché ama? Ama la persona che chiama, ama la famiglia in cui essa è nata, ama la Chiesa perché la feconda di nuove vocazioni. Ma esse vanno riconosciute, perché va riconosciuto l’amore di Dio. “Padre,… dona a coloro che hai scelto per essere interamente tuoi, di manifestarsi alla Chiesa e al mondo come segno visibile del tuo regno (Messale Romano, Messa per le Vocazioni religiose).
La questione “vocazioni” riguarda, dunque, tutti coloro che sono battezzati in  Cristo. È necessario parlare, dibattere, approfondire il tema delle vocazioni perché la fede in Cristo, e la sua trasmissione alle nuove generazioni non si risolva in un’ideologia mistica, ma in scelte di vita cristiana che segnano la storia con la profezia di vite donate agli altri in nome di Colui che mi ama da sempre. La speranza ha un nome preciso: Cristo risorto. Egli non è un’ideologia, né una vaga filosofia, ma è la Persona che ha obbedito alla volontà del Padre e si consegnato a Lui per rispondere alla sua peculiare e originale chiamata di Salvatore del mondo, rivelatrice del disegno trinitario. Egli ha fatto crescere i suoi discepoli nella conoscenza dell’amore del Padre suo, perché solo chi si sente amato può sentirsi chi-amato.
Per le vocazioni ci si comporta un po’ come Vladimiro ed Estregone dell’opera Aspettando Godot. Si spera nel futuro, senza sapere né chi sia Godot, né da dove venga, né quando. In attesa di eventi o anni migliori, Vladimiro ed Estregone si scambiano parole e gesti assurdi e senza senso. Nelle nostre parrocchie si aspetta …qualche leader carismatico che risolva il “problema vocazioni”, qualche generoso giovane dono dall’alto, qualche evento magico che risolva la “cosa”; si crede di risolvere la questione affidandosi in modo mitico a qualche gruppo religioso o attingendo ad altri popoli o razze.
Si tratta piuttosto di riprendere la responsabilità della riflessione e delle scelte di carattere spirituale, pastorale e educativo per una ri-consegna della fede che parli della vocazione come segno dell’amore preferenziale di Dio.     dD

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

OMELIA DELL’ARCIVESCOVO NELLA FESTA DEI PATRONI DELLA ARCIDIOCESI I S.S. ERMACORA E FORTUNATO.

Tutta l’Arcidiocesi e, in particolare, la città di Udine celebrano la festa dei Santi Patroni, Ermacora e Fortunato. Il titolo di “Patroni” indica che essi sono coloro che ci difendono e che intercedono per noi. Quest’anno, segnato dall’emergenza epidemiologica creata dal corona virus, abbiamo un motivo particolare per rivolgere a loro una comune preghiera. La prima preghiera è di ringraziamento perché, pur attraversando momenti difficili, il Friuli e la città di Udine sono stati abbastanza salvaguardati dal contagio.
Oltre al Covid-19, desidero dedicare un po’ di attenzione ad altri virus, non meno subdoli e pericolosi, che ci vengono inoculati…
Perché i nostri Patroni sono stati condannati a morte? Non avevano commesso alcun crimine; anzi, predicavano una dottrina basata sull’amore e contribuivano, in modo esemplare, al bene della città di Aquileia. L’unico reato di cui furono accusati fu quello di rivendicare la libertà di pensiero e la libertà di coscienza. L’imperatore romano imponeva, con leggi ingiuste, una schiavitù alle menti e alle coscienze costringendo tutti a rendere culto alla sua persona e alla sua statua, come se fosse un essere divino…
Per usare un’espressione cara sia a Papa Benedetto XVI che a Papa Francesco, essi si opposero alla “dittatura del pensiero unico” in nome della loro dignità di persone umane che hanno l’intangibile diritto di professare la propria fede e di avere la libertà di pensiero. Si opposero in modo benevolo e inerme, senza alcuna violenza né fisica, né verbale; come testimoniano i racconti delle loro “Passioni”. Eppure l’esito fu il martirio. … Il tentativo di imporre la dittatura del pensiero unico è un virus che ancora serpeggia nella nostra società. Esso si insinua subdolamente anche nella legislazione degli Stati. Un esempio è la Proposta di legge “in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere” allo studio del Parlamento italiano.
Apparentemente i firmatari sono mossi da nobili intenti di salvaguardare il rispetto di ogni persona, qualunque sia il suo orientamento sessuale. Di fatto, molti studiosi di diritto hanno dimostrato che questo rispetto è già garantito delle leggi in vigore. Questa Proposta di legge, invece, mira a condizionare, sotto pena di reato, la libertà di pensiero e di espressione sul tema dell’identità sessuale della persona. Leggendola, essa suscita un non infondato timore che potrebbe diventare passibile di denuncia chi esprime alcune verità affermate dalla Rivelazione cristiana; come, ad esempio, che Dio creò l’uomo “maschio e femmina” e che consegnò loro la grande vocazione di generare figli nati dal grembo della propria mamma con il concorso fisico e affettivo del papà, uniti tra loro da un amore fedele per sempre. … Forse nuovi imperatori, con mezzi più raffinati di quelli antichi, cercano di soffocare la libertà di pensiero e di coscienza? Hanno di mira specialmente la dottrina cristiana perché, come in passato, è la più scomoda? Non è difficile notare analogie con la situazione in cui si trovarono a vivere i Santi Ermacora e Fortunato che pagarono col martirio la libertà di coscienza ricevuta da Gesù Cristo nel battesimo. 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

OMELIA DELL’ARCIVESCOVO NELLA FESTA DEI PATRONI DELLA ARCIDIOCESI I S.S. ERMACORA E FORTUNATO.    

Tutta l’Arcidiocesi e, in particolare, la città di Udine celebrano la festa dei Santi Patroni, Ermacora e Fortunato. Il titolo di “Patroni” indica che essi sono coloro che ci difendono e che intercedono per noi. Quest’anno, segnato dall’emergenza epidemiologica creata dal corona virus, abbiamo un motivo particolare per rivolgere a loro una comune preghiera. La prima preghiera è di ringraziamento perché, pur attraversando momenti difficili, il Friuli e la città di Udine sono stati abbastanza salvaguardati dal contagio.
Oltre al Covid-19, desidero dedicare un po’ di attenzione ad altri virus, non meno subdoli e pericolosi, che ci vengono inoculati…
Perché i nostri Patroni sono stati condannati a morte? Non avevano commesso alcun crimine; anzi, predicavano una dottrina basata sull’amore e contribuivano, in modo esemplare, al bene della città di Aquileia. L’unico reato di cui furono accusati fu quello di rivendicare la libertà di pensiero e la libertà di coscienza. L’imperatore romano imponeva, con leggi ingiuste, una schiavitù alle menti e alle coscienze costringendo tutti a rendere culto alla sua persona e alla sua statua, come se fosse un essere divino…
Per usare un’espressione cara sia a Papa Benedetto XVI che a Papa Francesco, essi si opposero alla “dittatura del pensiero unico” in nome della loro dignità di persone umane che hanno l’intangibile diritto di professare la propria fede e di avere la libertà di pensiero. Si opposero in modo benevolo e inerme, senza alcuna violenza né fisica, né verbale; come testimoniano i racconti delle loro “Passioni”. Eppure l’esito fu il martirio. … Il tentativo di imporre la dittatura del pensiero unico è un virus che ancora serpeggia nella nostra società. Esso si insinua subdolamente anche nella legislazione degli Stati. Un esempio è la Proposta di legge “in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere” allo studio del Parlamento italiano.
Apparentemente i firmatari sono mossi da nobili intenti di salvaguardare il rispetto di ogni persona, qualunque sia il suo orientamento sessuale. Di fatto, molti studiosi di diritto hanno dimostrato che questo rispetto è già garantito delle leggi in vigore. Questa Proposta di legge, invece, mira a condizionare, sotto pena di reato, la libertà di pensiero e di espressione sul tema dell’identità sessuale della persona. Leggendola, essa suscita un non infondato timore che potrebbe diventare passibile di denuncia chi esprime alcune verità affermate dalla Rivelazione cristiana; come, ad esempio, che Dio creò l’uomo “maschio e femmina” e che consegnò loro la grande vocazione di generare figli nati dal grembo della propria mamma con il concorso fisico e affettivo del papà, uniti tra loro da un amore fedele per sempre. … Forse nuovi imperatori, con mezzi più raffinati di quelli antichi, cercano di soffocare la libertà di pensiero e di coscienza? Hanno di mira specialmente la dottrina cristiana perché, come in passato, è la più scomoda? Non è difficile notare analogie con la situazione in cui si trovarono a vivere i Santi Ermacora e Fortunato che pagarono col martirio la libertà di coscienza ricevuta da Gesù Cristo nel battesimo.

RIFLESSIONE DEL PARROCO

L’essenzialità nei rapporti interpersonali (5)

«Addio, disse la volpe. Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». (Antoine de Saint Exupéry, “Il piccolo Principe). Ma cos’è così essenziale è così prezioso, e così invisibile, che bisogna avere occhi speciali per cercarlo nei rapporti?
Ad esempio, l’essenzialità nell’amore fra due sposi, sta nel ricercare la sincerità, la sintonìa, il dialogo, l’armonia fra i due; con l’essenzialità, non ci si preoccupa più di ricoprirsi di “cose”, spesso inutili, ma di ricercare insieme ciò che lega i due cuori con legami di fede, di speranza e amore, attraverso i valori da costruire e condividere insieme, attraverso gli obiettivi da raggiungere, anche con tanto e tanto sacrificio.
Tra due sposi, tra amici veri, tra genitori e figli, l’essenzialità nasce e si fonda sulla gratuità, o meglio nasce da ciò che è invisibile agli occhi ma necessario al cuore e alla vita di relazione.
A volte, anche le parole risultano secondarie perché non c’è bisogno di “piazzare” nessun prodotto commerciale al partner; non c’è bisogno di “comprare” nessun affetto con regali o denaro: sì, tutto è fondato sulla gratuità. E proprio la gratuità è così essenziale da divenire il criterio ultimo di verifica per autenticare la verità di un rapporto. “L’essenzialità è muta, come la verità. L’essenzialità è silenzio…” (M. L. Del Zompo), quanto sono vere queste parole…
Anche Gesù ce lo insegna: «Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e comperavano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio» (Marco 11, 15-16). Il tempio di Dio, e ogni altro luogo santo non può essere il luogo di un commercio, ma dell’adorazione e della lode.
I fidanzati, spesso preoccupati di non perdere l’amato, non si “occupano” di ricercare l’essenziale nei loro rapporti, e trasformano ciò che è più santo e bello, più alto e simbolico in un “rapporto commerciale”, minando così -se non distruggendo- alla radice, ogni relazione che abbia durata nel tempo.
La crisi del Covid-19, accompagnata dalla crisi economica, dalla crisi di senso e di speranza, ci aiutino tutti a sfrondare, spogliare e restituire ai rapporti tra le persone -specie i rapporti tra gli sposi e quelli più santi- ciò che essenziale perché una relazione sia duratura, stabile e fedele. dD