RIFLESSIONE DEL PARROCO

NON ABITUIAMOCI AL SUICIDIO!

Quando qualche nostro fratello compie un gesto estremo di disperazione, non abituiamoci mai a questi gesti! Non possiamo rimanere cinici, freddi e insensibili davanti a queste grida di dolore, di solitudine e di disperazione, quasi che questi fatti non ci tocchino da vicino, o non riguardino noi. In questo anno, le nostre comunità sono state toccate da molti di questi episodi, e come pastore sono rattristato per tanta disperazione, e preoccupato per le dimensioni che sta assumendo il fenomeno. Come affrontarlo?

Quando Gesù discese agli inferi è disceso nel fondo irraggiungibile e inaccostabile della nostra solitudine. Anche nella notte della morte, in cui non penetra alcuna parola e in cui esse sono inutili, è entrata una forte voce -quella di Gesù- che ci chiama, e ci tende una mano, ci prende e ci conduce. La solitudine dell’uomo è stata superata perchè Gesù è sceso nella morte e si è trovato nella morte, fra i morti. L’inferno è stato vinto nel momento in cui l’amore è penetrato in esso e la terra della solitudine è stata abitata da Gesù il Figlio di Dio, il volto dell’amore di Dio. L’uomo non vive perché ha il pane, o perché ha la salute, o il denaro. Egli vive ed è vivo per il fatto che è amato e può amare. A partire dal momento in cui c’è una presenza d’amore accanto a chi soffre la solitudine, allora nella morte penetra la vita. E la morte non fa più paura, perché è circondata dall’amore delle persone.

Questi fratelli, che si sono suicidati hanno compiuto un gesto che non possiamo accettare con tranquillità. Nessuno è padrone della vita, solo Dio! Privarsene è una grave ingiustizia, che lascia nel pianto i propri familiari. E dal punto di vista della morale cristiana è un grave peccato.

Certo, per molti di essi non è stato un atto di ribellione a Dio e alla vita; non è stato un gesto di disprezzo nei confronti dei loro cari. Amavano Dio; molti vivevano intensamente la loro fede; perfino rispettavano la legge divina e quella umana; amavano la loro famiglia in maniera smisurata. Ma la depressione li ha colpiti. È la malattia di questo tempo; malattia inspiegabile ed invisibile. Se il mistero di questa malattia, ci chiede di fermarci sulla soglia del loro mondo interiore, però con san Paolo diciamo che, solo “lo Spirito Santo viene in aiuto alla nostra debolezza”, per questo nella tentazione della disperazione va pregato lo Spirito Santo!

Dobbiamo aiutarci tutti a combattere questo male invisibile ma reale. Per questo, dobbiamo rieducarci ad alcuni atteggiamenti importanti:

-Impariamo di nuovo, che non si è meno uomini se si è fragili, o non perfetti. Non ci si può lasciar schiacciare dalla propria imperfezione, quando si perde una partita della vita, quando non si trova lavoro, o quando si perde la fidanzata,… Quello della perfezione è un mito di questo tempo che uccide i fragili.

-Impariamo a chiedere aiuto a chi ci sta accanto, ringraziando Dio, se ci mette sulla nostra strada una persona che ci è fratello, in modo fedele e gratuito. Non chiudiamoci in un mondo tutto nostro, ma apriamoci, lasciamoci abbracciare. Facciamoci aiutare da qualche persona competente… Tutti ne abbiamo bisogno di aiuto.

-Impariamo ad essere più semplici, meno complicati nei confronti delle problematiche della vita; riscopriamo la semplicità di cuore, la semplicità nello stile di vita e nel ragionare, la semplicità davanti ai problemi. Dobbiamo combattere il mito del maschio orgoglioso, che non lascia mancare nulla ai suoi cari, e risolve da solo tutti i problemi, e supera ogni difficoltà.

Mentre ricordiamo con affetto tutti questi defunti, vogliamo anche ravvivare in noi la speranza di una vita senza fine; Gesù infatti ha promesso a quanti rimangono nel suo amore, che la morte non è l’ultima parola, ma che è il passaggio a una vita in pienezza, perché l’amore è più forte della morte, e perché la carità non avrà mai fine.

E riflettiamo: ogni nostra azione lascia nella gioia o nel pianto qualcun altro; provoca gioia, oppure scandalo, lacrime, eredità di sofferenze e di interrogativi.    dD

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

ORATORIO ESTIVO 2021: VIENI E VEDI!

San Giovanni Bosco creò l’Oratorio. Lo chiamò, per lungo tempo, con una parola semplice e diretta: “catechismo”. Per il “Santo dei giovani” l’Oratorio voleva essere il luogo dove i giovani e i ragazzi, spesso lasciati al proprio destino e drammaticamente a rischio, potessero trovare dei Padri (animatori ed animatrici) che si prendevano a cuore della “salvezza” dei figli. In un clima di autentica “famiglia”: luogo dove ci si accoglie, ci si saluta e guarda in volto, ci si stima, ci si ascolta, ci si difende, ci si aiuta a crescere insieme, ci si ama, ci si perdona, ci si orienta con passione verso gli stessi ideali, considerati vitali ed essenziali, quelli che sgorgano dal Vangelo.

E quando questa tensione verso le realtà più grandi ed eccellenti trova il livello più alto e riuscito della sua espressione, allora ci si accorge di esserci incontrati con Dio.

Così è dell’Oratorio: vuole assomigliare ad una famiglia. Luogo dove si sperimenta l’amore. L’amore che sa accogliere, difendere, far crescere, maturare, rendere felici… L’amore che porta a perdere se stessi perché gli altri si sentano pieni di vita.

L’oratorio è il luogo dove una Comunità cristiana, veramente matura e adulta (che è “padre” e “madre”), offre il meglio del proprio impegno per aiutare le nuove generazioni (i propri “figli”) a realizzare, in pienezza e con successo, la propria vita. Si è “genitori” quando si genera, negli altri, la Vita.

Anche al nostro territorio di Basiliano, il Signore ha regalato agli adulti l’Oratorio, perché lì, dove i giovani e i ragazzi si affollano per incontrarsi ed esprimere la propria energia vitale, possano trovare vite da generare, da promuovere, da portare a pienezza.

È il sogno stesso di Dio. Il servizio disinteressato e appassionato nella catechesi e nell’oratorio (con le sue variegate espressioni di dinamismo giovanile: sport, teatro, musica, danza, canto, divertimento…) mira allo stesso obiettivo: far sì che i ragazzi e i giovani avvertano la gioia di sentirsi protagonisti dei sogni di Dio.

Se puoi, ti aspettiamo, passa a trovarci!                              dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

UN’ESTATE PER RICOSTRUIRE LEGAMI DI COMUNITÀ
La Parrocchia continua, anche quest’anno 2021, a proporre l’esperienza dell’Oratorio estivo, e si colloca accanto alle famiglie per realizzare la proposta educativa cristiana; pur rimanendo fedeli alle norme dettate dal Governo italiano, vogliamo vivere anche quest’anno l’esperienza dell’estate.
Non è un’iniziativa, non è un “centro estivo”: è un’esperienza educativa della nostra comunità cristiana, perché crediamo e amiamo i ragazzi e i giovani, e spendiamo le nostre energie per loro.
L’oratorio, non è un “contenitore a pagamento” per riempire il tempo dei bambini o dei giovani; e neppure vuole sostituirsi ad altre qualificate agenzie educative del territorio! Vuole essere un’esperienza educativa gioiosa, offerta dalla comunità cristiana; esperienza a misura dei ragazzi, affinchè siano aiutati a diventare uomini e donne cristiani in questo tempo impegnativo.
Vogliamo aiutarli a ricostruire legami di comunità, perché questo tempo di pandemia ha spezzato questi legami, li ha resi fragili, deboli, saltuari. Ricostruire legami di comunità perché senza la comunità non si può vivere e diventare cristiani adulti.
Per questo motivo, con qualche sacrificio in più, l’oratorio offre ai ragazzi il pranzo, perché possano allungare i tempi della loro gioia e del loro stare insieme. Ringrazio per questo gli alpini, che con encomiabile disponibilità si metteranno al servizio della nostra mensa.
Ringrazio pure per il loro prezioso servizio, gli animatori giovani e gli animatori più adulti, perché ogni giorno mostreranno il volto di una comunità che si prende cura e ama i più piccoli.
Specialmente quest’anno, ai papà e alle mamme, la Parrocchia chiede che non siano solo spettatori, ma importanti Attori e attivi Collaboratori. È bello testimoniare ai nostri ragazzi la gioia della vita e della fede cristiana, e la grandezza della Comunità parrocchiale. Proviamoci anche quest’anno!    dD

 

 

 

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

UN’ESTATE PER RICOSTRUIRE LEGAMI DI COMUNITÀ

La Parrocchia continua, anche quest’anno 2021, a proporre l’esperienza dell’Oratorio estivo, e si colloca accanto alle famiglie per realizzare la proposta educativa cristiana; pur rimanendo fedeli alle norme dettate dal Governo italiano, vogliamo vivere anche quest’anno l’esperienza dell’estate.

Non è un’iniziativa, non è un “centro estivo”: è un’esperienza educativa della nostra comunità cristiana, perché crediamo e amiamo i ragazzi e i giovani, e spendiamo le nostre energie per loro.

L’oratorio, non è un “contenitore a pagamento” per riempire il tempo dei bambini o dei giovani; e neppure vuole sostituirsi ad altre qualificate agenzie educative del territorio! Vuole essere un’esperienza educativa gioiosa, offerta dalla comunità cristiana; esperienza a misura dei ragazzi, affinchè siano aiutati a diventare uomini e donne cristiani in questo tempo impegnativo.

Vogliamo aiutarli a ricostruire legami di comunità, perché questo tempo di pandemia ha spezzato questi legami, li ha resi fragili, deboli, saltuari. Ricostruire legami di comunità perché senza la comunità non si può vivere e diventare cristiani adulti.

Per questo motivo, con qualche sacrificio in più, l’oratorio offre ai ragazzi il pranzo, perché possano allungare i tempi della loro gioia e del loro stare insieme. Ringrazio per questo gli alpini, che con encomiabile disponibilità si metteranno al servizio della nostra mensa.

Ringrazio pure per il loro prezioso servizio, gli animatori giovani e gli animatori più adulti, perché ogni giorno mostreranno il volto di una comunità che si prende cura e ama i più piccoli.

Specialmente quest’anno, ai papà e alle mamme, la Parrocchia chiede che non siano solo spettatori, ma importanti Attori e attivi Collaboratori. È bello testimoniare ai nostri ragazzi la gioia della vita e della fede cristiana, e la grandezza della Comunità parrocchiale. Proviamoci anche quest’anno!    dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

A cosa serve il prete? A cosa serve una chiesa? A cosa serve l’Eucaristia?
La solennità del “Corpus Domini”, è la festa nata nel 1247 nella diocesi di Liegi, (Belgio), per celebrare la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia, come reazione alle tesi eretiche di Berengario di Tours, secondo il quale la presenza di Cristo non era “reale”, ma solo “simbolica”. È una festa nata, quando l’Eucaristia non è più apprezzata o valorizzata dai cristiani. Le grandi crisi della Chiesa coincidono con la crisi nel mistero dell’Eucaristia: i cristiani perdono la fede nella presenza reale di Cristo. Riscoprire l’Eucaristia, aiuta a riscoprire il nostro essere parte della Chiesa e pure il ministero del sacerdote; aiuta a riscoprire anche l’edificio delle nostre chiese, costruite per ascoltare la Parola di Gesù, per celebrare i sacramenti ed in particolare l’Eucaristia domenicale.
Cosa dice a noi, oggi, questa festa? Dice, che Dio non lascia senza pane i suoi figli, anche se questi figli dicono di non averne la necessità. Egli continua, ostinatamente a donarci, ogni domenica, il Pane di vita eterna. Continua a chiamare uomini al suo servizio nella Chiesa, per farne dei preti, perché donino il Pane del Cielo, ai suoi figli, anche quando credono di potersi nutrire di altri cibi terreni, mondani. Questa è la festa della risposta di Dio all’uomo inquieto, che va cercando altrove la felicità, lontano da Lui.
È la festa del vero corpo di Cristo! Il corpo e il sangue rimandano ad una Persona, non ad un fantasma. Quando il sacerdote ripete le parole di Gesù, egli rimanda ad una Persona in carne ed ossa, che ha così tanto amato il mondo da donarsi a noi per sempre. Nell’ultima cena, Gesù, spezzando il pane, non ha voluto dire “fate finta che questo sia il mio corpo…”; ma “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”. Il corpo è una realtà vera e concreta, non è una illusione, non è un simbolo. E durante la Messa, il pane nella sua essenza cessa di essere pane, e trova la sua nuova essenza nell’essere il corpo di Cristo.
Le nostre chiese sono il luogo dove possiamo nutrirci di questo Pane che è il Corpo di Cristo; esse sono belle e accoglienti, perché possiamo anche adorare questo Pane, stare con Lui, cercarlo, parlare con Lui, perché la Sua presenza è sempre reale e viva, sull’altare durante la Celebrazione della Messa e anche dopo, custodita nel tabernacolo.
Quel Pane consacrato, che è il Corpo di Cristo, è Gesù stesso: non dimentichiamolo. Quando ci nutriamo di Lui, o quando lo adoriamo nella preghiera, è sempre Lui. E allora, quando il sacerdote alza il Pane e il calice dopo la consacrazione, gli vogliamo dire la preghiera di san Tommaso: “Mio Signore, mio Dio”. In questa preghiera semplice, gli ripetiamo, che senza di Lui non possiamo fare nulla.                                                                                                                                                                dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

A cosa serve il prete? A cosa serve una chiesa? A cosa serve l’Eucaristia?

La solennità del “Corpus Domini”, è la festa nata nel 1247 nella diocesi di Liegi, (Belgio), per celebrare la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia, come reazione alle tesi eretiche di Berengario di Tours, secondo il quale la presenza di Cristo non era “reale”, ma solo “simbolica”. È una festa nata, quando l’Eucaristia non è più apprezzata o valorizzata dai cristiani. Le grandi crisi della Chiesa coincidono con la crisi nel mistero dell’Eucaristia: i cristiani perdono la fede nella presenza reale di Cristo. Riscoprire l’Eucaristia, aiuta a riscoprire il nostro essere parte della Chiesa e pure il ministero del sacerdote; aiuta a riscoprire anche l’edificio delle nostre chiese, costruite per ascoltare la Parola di Gesù, per celebrare i sacramenti ed in particolare l’Eucaristia domenicale.

Cosa dice a noi, oggi, questa festa? Dice, che Dio non lascia senza pane i suoi figli, anche se questi figli dicono di non averne la necessità. Egli continua, ostinatamente a donarci, ogni domenica, il Pane di vita eterna. Continua a chiamare uomini al suo servizio nella Chiesa, per farne dei preti, perché donino il Pane del Cielo, ai suoi figli, anche quando credono di potersi nutrire di altri cibi terreni, mondani. Questa è la festa della risposta di Dio all’uomo inquieto, che va cercando altrove la felicità, lontano da Lui.

È la festa del vero corpo di Cristo! Il corpo e il sangue rimandano ad una Persona, non ad un fantasma. Quando il sacerdote ripete le parole di Gesù, egli rimanda ad una Persona in carne ed ossa, che ha così tanto amato il mondo da donarsi a noi per sempre. Nell’ultima cena, Gesù, spezzando il pane, non ha voluto dire “fate finta che questo sia il mio corpo…”; ma “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”. Il corpo è una realtà vera e concreta, non è una illusione, non è un simbolo. E durante la Messa, il pane nella sua essenza cessa di essere pane, e trova la sua nuova essenza nell’essere il corpo di Cristo.

Le nostre chiese sono il luogo dove possiamo nutrirci di questo Pane che è il Corpo di Cristo; esse sono belle e accoglienti, perché possiamo anche adorare questo Pane, stare con Lui, cercarlo, parlare con Lui, perché la Sua presenza è sempre reale e viva, sull’altare durante la Celebrazione della Messa e anche dopo, custodita nel tabernacolo.

Quel Pane consacrato, che è il Corpo di Cristo, è Gesù stesso: non dimentichiamolo. Quando ci nutriamo di Lui, o quando lo adoriamo nella preghiera, è sempre Lui. E allora, quando il sacerdote alza il Pane e il calice dopo la consacrazione, gli vogliamo dire la preghiera di san Tommaso: “Mio Signore, mio Dio”. In questa preghiera semplice, gli ripetiamo, che senza di Lui non possiamo fare nulla.

dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

L’esame di coscienza consiste nel ricordare com’è stata la nostra giornata. Non è un momento per giudicare le nostre azioni, ma per prenderne coscienza. L’esame può essere effettuato mentalmente, ma aiuta molto farlo per iscritto. Si raccomanda di effettuarlo ogni giorno, o almeno una volta a settimana.
Per compiere un esame di coscienza Sant’Ignazio di Loyola raccomanda di:
1. Chiedere luce e grazia per scoprire Dio in ciò che si è vissuto
Rassereniamo il nostro cuore per condividere ciò che abbiamo vissuto con un Amico molto speciale. Chiediamo luce per riconoscere i segni e l’azione di Dio nella giornata trascorsa. Ricordiamo che Gesù ha lasciato il Suo Spirito Santo per portare il creato alla pienezza e restaurarlo secondo il progetto del Creatore.
2. Ringraziare per i doni ricevuti
Ripercorriamo ciò che abbiamo vissuto nella giornata: attività, incontri, lavoro… Ringraziamo Dio per tutto ciò che abbiamo vissuto e pensiamo ai momenti in cui ci siamo sentiti più vicini a Gesù. Per quello che abbiamo sperimentato interiormente, possiamo percepire questa prossimità: speranza, dedizione, gratitudine, servizio, libertà… Questi movimenti interiori sono accompagnati da inviti, e per questo è importante riconoscerli ed esserne grati.
3. Riconoscere gli errori (quello che abbiamo sentito, fatto o pensato)
Pensiamo alle trascuratezze che non hanno permesso di ottenere frutti maggiori nella giornata. Riconosciamo se c’è stata qualche insensibilità nei confronti delle necessità che abbiamo incontrato sul cammino. Assumiamo gli errori nella costruzione della fraternità e della giustizia con i fratelli.
4.Se si sono commesse mancanze gravi, recitare una preghiera di perdono
Chiediamo perdono alle persone che abbiamo offeso nella giornata, e offriamo il nostro perdono a chi ci ha fatto del male. Diamo a noi stessi il perdono che Gesù ci offre.
5.Compiere il proposito di ricevere la Sua grazia
Se c’è stata una mancanza grave, vediamo il modo di correggerla il giorno dopo. Rinnoviamo la nostra amicizia e il nostro desiderio di amare e servire: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo”. Chiediamo la benedizione di Maria.

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

 50 giorni dopo la Pasqua: è la Pentecoste!
La Solennità di Pentecoste ci ricorda, che noi esistiamo grazie allo Spirito Santo che ci è stato donato dal Padre e dal Figlio. È lo spirito di Dio che genera la sapienza, cioè la nuova visione di vita che il Signore genera nei suoi figli: «è uno spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senz’affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi» (Libro della Sapienza 7, 22-23). È uno Spirito fantastico!
Siamo chiamati ad essere una Chiesa unita attorno a Gesù risorto. Una Chiesa-comunità, che invoca lo Spirito Santo per i suoi figli, specialmente per quelli, che si preparano a vivere delle tappe sacramentali. Una Chiesa-comunità che gioisce per i figli, che crescono nella fede e ricevono i sacramenti.        dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

La speranza e la disperazione.

Un cristiano, coltiva la sua relazione filiale con Dio Padre, mediante Gesù Cristo, e con l’aiuto costante dello Spirito Santo, ed ha la forza di non cadere nella disperazione, che, oggi, è un rischio frequente. Disperarsi è perdere la speranza, disperarsi di non farcela più, credere di non potersi salvare con l’aiuto di Dio. «Tutto quello che potevo fare l’ho fatto; ora da solo non ce la faccio più»: ecco il principio che sottostà alla disperazione. Ci si ritrova così in un vicolo cieco; si pensa in modo orgoglioso, che tutto ricada sulle proprie spalle; il pensiero fisso è: «tutto e sempre, dipende esclusivamente da me, dalle mie forze, dalla mia volontà».

Dal punto di vista della fede, la disperazione di salvarsi è uno dei peccati contro lo Spirito Santo, che consiste nel non credere e non sperimentare l’aiuto di Dio, o per paura, o per orgoglio: la disperazione cade nel tranello del non lasciarsi avvolgere, abbracciare da questa Misericordia divina.

La disperazione è il rifiuto della speranza in Dio, e quindi è un peccato. Cade in questo peccato chi non crede più in Dio, o chi si è costruito il proprio «io» come sua divinità. Così, si esclude l’azione di Dio Padre dalla propria vita; si impedisce a Dio di usarmi misericordia e perdono; gli si impedisce di dimostrarmi che io valgo sempre, al di là dei miei pochi o tanti fallimenti umani, errori o peccati.

La mancanza di fede, o una fede debole, possono portare all’estremo della disperazione: «Dio non è onnipotente, e non può fare nulla per la situazione umana in cui mi trovo». San Paolo ci ricorda piuttosto, che «dove il peccato (la fragilità, la debolezza, l’errore) è abbondato, è sovrabbondata la grazia (di Dio)» (Lettera ai Romani 5,20). Sì, Dio è talmente buono, che aumenta il suo aiuto nei confronti di chi cade, di chi è fragile e debole, perfino nei confronti di chi si allontana da Lui.

Purtroppo, l’attuale situazione ha svuotato di fede anche la parola «disperazione»: non è più una mancanza di «speranza» in Dio. Oggi, i vocaboli «disperazione» e «disperato» si usano solo in senso umano. Oggi, ci si dispera, sempre e solo, per qualcosa di materiale e di terreno: ci si dispera per la perdita del lavoro, del denaro, per la perdita di una posizione sociale, ecc… molto meno per la mancanza di ciò che viene da Dio. Chi si dispera pensa di non farcela, di non salvarsi, si mette al posto di Dio; ragiona come se Dio non sia né Padre, né misericordioso. Alla radice, c’è pertanto la presunzione di vivere senza l’aiuto di Dio. E poiché l’uomo è fragile e debole, ci si espone ad uno stress spirituale e umano notevole; ci si espone alle occasioni di peccato «per farcela ad ogni costo»; si pensa di avere la forza per superare ogni prova della vita e ogni tentazione di peccato. Così, si alleano «presunzione», «superbia» e mancanza del «timor di Dio». Così, «presunzione» e «disperazione» hanno la stessa radice. Ma noi cristiani siamo uomini e donne di speranza, perché affidiamo la nostra vita a Dio Padre, a Gesù e allo Spirito d’amore. Non abbiate paura, siate umili: «Io sono sempre con voi, tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28,20).             dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Chi siamo noi per nullificare l’uomo?

Negli ultimi anni, si è avuto un notevole incremento della scelta della cremazione, rispetto alla tradizionale inumazione o tumulazione; si sono poi aggiunte alcune pratiche ed usanze, che nulla hanno a che vedere con la tradizione cristiana. La cremazione spesso viene presentata come una soluzione conveniente economicamente e rispondente alla mancanza di posto nei cimiteri: il fenomeno è così rilevante, che ci si può chiedere se il diffondersi di queste pratiche nasconda qualcos’altro.

La Chiesa Cattolica ha sempre indicato la sepoltura del corpo dei defunti come la forma più idonea ad esprimere la pietà per i fedeli, oltre che a favorire il ricordo e la preghiera di suffragio da parte dei familiari e amici. Attraverso la sepoltura nei cimiteri, la comunità cristiana onora -nel ricordo della morte, sepoltura e risurrezione del Signore Gesù- il corpo del cristiano, diventato con il battesimo “Tempio dello Spirito Santo” e destinato alla risurrezione. Dunque, simboli, riti e luoghi della sepoltura esprimono la cura e il rispetto dei cristiani per i defunti, e soprattutto la fede nella risurrezione dei corpi.

Qui è dunque in gioco la visione dell’uomo e il suo futuro. Grazie a Cristo, la morte cristiana ha ricuperato un significato positivo, che nel mondo pre-cristiano non aveva. Con la morte, l’anima viene separata dal corpo, ma nella risurrezione, Dio torna a dare la vita incorruttibile al nostro corpo trasformato, riunendolo alla nostra anima. Disperdere le ceneri significa nullificare l’uomo; nullificare la vita e la speranza dell’eternità, e in definitiva, nullificare Dio, Autore della vita. Occorre quindi avere ben chiare, non solo le indicazioni della Chiesa sulla cremazione, ma anche essere consapevoli dell’origine pagana e spesso anti-cristiana di certe usanze, che oggi si stanno diffondendo con facilità.

Nell’attuale mentalità “anti-Dio”, la morte viene considerata come un evento da nascondere, specie perché l’uomo “senza Dio”, non è capace di darsi alcuna risposta seria sulla morte, e così cadono le sue certezze di onnipotenza. Incentivando tali pratiche (la dispersione delle ceneri -nel mare o nei fiumi-, o la loro conservazione in casa), si tende a far sparire le tracce della morte, e lentamente, si ritengono inutili i cimiteri, che sono il luogo della memoria degli affetti e della fede, dove sono raccolti i resti delle persone care.

La normativa dello Stato italiano sulla cremazione e sulla dispersione o conservazione delle ceneri facilita tale visione. Per lo Stato, fino al 2001, chiunque distruggesse, sopprimesse o sottraesse un cadavere, o una parte di esso, o ne disperdesse le ceneri, veniva punito con la reclusione; e la pena era aumentata se il fatto fosse stato commesso in cimiteri o altri luoghi di sepoltura. La legge 30 marzo 2001, n. 130 ha modificato l’articolo 411 del Codice penale, e non è più reato la dispersione delle ceneri; l’unica condizione, che vi sia l’autorizzazione dell’ufficiale dello stato civile. E attualmente è lasciato al singolo Comune il compito di regolare le questioni concernenti la cremazione e la modalità di dispersione delle ceneri del defunto.

Questa, è dunque una materia delicatissima, che tocca il costume pubblico, i sentimenti e la fede del popolo. Auspico che i nostri amministratori pubblici quando trattano di questa materia, si ricordino di essere anche cristiani.

dD