RIFLESSIONE DEL PARROCO

La riflessione del cardinal Angelo Comastri

Quando venne l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, e disse loro: ‘Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione…’ ” (Lc 22, 14-15). Oggi Gesù dice a noi le stesse parole: è Lui che ora ci chiama e ci raccoglie insieme; è Lui che ora celebra la Messa; è Lui che ora guida questo incontro e ci attira verso una vita nuova: la vita della Carità, la vita di Dio, la vita che tutti cerchiamo! Ma come dobbiamo celebrare la Messa perché sia un incontro con Cristo? Come si partecipa ad una Eucaristia? Ce lo può insegnare soltanto Cristo, perché è Lui il maestro: guardiamolo, ascoltiamolo!
Gesù ci rivela che Dio è umile. Nel cenacolo, tra lo stupore di tutti, prima di celebrare la Prima Messa della storia, Gesù si alza da tavola e, prendendo il ruolo di uno schiavo, comincia a lavare i piedi agli apostoli. Pietro si fa voce dello scandalo di tutti i secoli e gli dice: “Tu non mi laverai i piedi in eterno!” (Gv 13,8). Pietro dice ciò che tutti pensiamo: noi non vogliamo un Dio umile, ma Dio è umile!; noi non vogliamo un Dio che si mette all’ultimo posto, ma Dio si mette all’ultimo posto!; non vogliamo un Dio senza orgoglio, ma Dio è senza orgoglio! Saremo capaci di convertirci a questo Dio? Saremo capaci di distruggere l’idolo costruito dalle nostre mani per mettere al centro del cuore il Dio vero, il Dio umile, il Dio che si fa servo di tutti gli uomini?
In ogni Eucaristia ritorna questo interrogativo e Dio aspetta la nostra risposta: una risposta di fatti, di gesti, di scelte. Riconosciamo sinceramente che è l’orgoglio il veleno della storia umana: dall’inizio fino ad oggi; è l’orgoglio che ha spaccato la famiglia umana; è l’orgoglio che ha scatenato le guerre; è l’orgoglio che ha fatto piangere tanta gente e ha spento la gioia che Dio aveva regalato all’uomo il giorno della Creazione! Allora facciamoci umili, scendiamo dai piedistalli, guardiamoci con benevolenza e con mitezza: la Messa esige questa conversione per essere una Messa celebrata con Cristo. Gesù ci rivela che Dio è misericordioso all’infinito. Nell’ultima cena Gesù toglie il velo che nasconde il tradimento di Giuda: e anche oggi Egli toglie il velo d’ipocrisia con cui nascondiamo i nostri tradimenti. Infatti, Giuda ce l’abbiamo tutti nel cuore: siamo suoi fratelli!
E come si comporta Gesù? “Dette queste cose [gli insegnamenti sull’umiltà dopo la lavanda dei piedi], Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: ‘In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà’(Gv 13,21-27). Gesù rivela il tradimento… con la speranza di poterlo perdonare. Egli getta un fascio di luce nelle tenebre di Giuda, perché Giuda possa vederle e sentirne l’orrore. E il gesto del boccone offerto è un gesto di delicata attenzione: è un segnale, è un invito, è una mano tesa con l’offerta sincera di una completa misericordia. Giuda, purtroppo, non volle essere perdonato: conosciamo bene questa triste storia! L’orgoglio fu la tragedia di Giuda. Però, per Gesù, Giuda resta sempre l’amico atteso e il figlio perduto che manca nel cuore del Padre. Infatti, la cattiveria dell’uomo, di qualsiasi uomo… non potrà mai scoraggiare la voglia che Dio ha di perdonare.
E noi? Noi nella Messa facciamo comunione con Dio che perdona? Noi siamo una comunità dal perdono facile, pronto, quotidiano, generoso? Chi non perdona, non conosce Dio; chi non perdona, è senza Dio: perché l’ha rifiutato rifiutando il perdono. Si verifica oggi anche per noi quanto l’evangelista Giovanni scrive nella sua prima lettera: “Noi abbiamo creduto all’amore che Dio ha per noi!”. Gesù ci rivela che Dio è povero. Gesù, Figlio del Dio vivente, ha scelto una stalla di Betlemme per venire in mezzo a noi. Egli, nell’ultima cena, sceglie il pane e il vino, segni di povertà, e li trasforma in una sua prodigiosa Presenza! Dio si trova a suo agio soltanto nella povertà, perché Dio non può possedere: Dio, infatti, è talmente dono di sé, che tutto ciò che ha, lo dona; e così Egli è il povero, l’infinitamente povero, il vero povero. E noi? Sentiamo l’invito alla povertà, che viene dall’Eucaristia? Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,27). È questo il momento benedetto per ascoltare la Parola di Gesù! La Messa di oggi sia davvero, per tutti noi, una comunione con il Dio che Cristo ci ha fatto conoscere: Dio umile, Dio misericordioso, Dio povero! Senza conversione, questo Dio non lo incontreremo mai.

Angelo Card. Comastri 

NOTIZIE DELL’ORATORIO

ATTIVITÀ EDUCATIVE ESTIVE

ORATORIO ESTIVO PER BAMBINI E RAGAZZI dai 6 ai 14 anni (esclusivamente per i residenti nelle sette parrocchie di Basiliano): da lunedì 28 giugno a venerdì 24 luglio, presso l’oratorio di Basiliano. Da lunedì a venerdì, dalle 8.00 alle 14.00, compreso il pranzo.
Durante l’oratorio estivo, oltre al programma per tutti, per i ragazzi delle Medie ci saranno due uscite in montagna di una giornata.

→ ORATORIO “ULTIMA SPIAGGIA” PER BAMBINI E RAGAZZI (ACCOMPAGNAMENTO ALLO STUDIO)  dai 6 ai 14 anni, da lunedì 30 agosto a venerdì 3 settembre, presso l’oratorio di Basiliano. Dalle ore 8.30 alle 12.00.

ORATORIO SERALE CON I GIOVANI DELLE SUPERIORI E UNIVERSITARI, da lunedì 28 giugno a sabato 25 luglio, presso l’oratorio di Basiliano. Tre sere la settimana: martedì, giovedì e sabato dalle 18.00 alle 22.00.

CAMPEGGIO GIOVANI SUPERIORI, da lunedì 26 a venerdì 30 luglio, a Piani di Luzza.

ISCRIZIONI PER LA PARTECIPAZIONE AGLI ORATORI ESTIVI, al CAMPEGGIO GIOVANI, e le iscrizioni per i giovani che intendono prestare il SERVIZIO EDUCATIVO DURANTE GLI ORATORI ESTIVI: VENERDì 14 MAGGIO (dalle 15.00 alle 18.00) e SABATO 15 MAGGIO (dalle 15.00 alle 18.00), presso l’Oratorio di Basiliano. Non si accetteranno iscrizioni oltre questi termini, né si accetteranno iscrizioni da fuori parrocchie.

RIFLESSIONE DEL PARROCO

La speranza di Maria e di ogni Mamma (6)
Chissà quante volte, Maria Santissima avrà formulato nel suo cuore una preghiera di speranza, nel legittimo e puro desiderio di avere un bambino nel suo grembo, e rendere felice il suo matrimonio con il promesso sposo, Giuseppe. Entrambi vivevano nell’obbedienza alla volontà di Dio, e loro scopo era di cercare in tutto di comprendere e vivere questa volontà divina.
È la stessa attesa e il medesimo desiderio che anima il cuore delle mamme e dei papà di ogni tempo, anche quelli di questo tempo del Covid: avere un figlio è segno e motivo di speranza, che svela come Dio Creatore della vita non ci abbandoni.
Anche quest’anno nella Festa della gioia di Maria santissima (la Solennità dell’Annunciazione) che riceve il lieto annuncio della sua maternità, le nostre Comunità cristiane -in punta di piedi- desiderano unirsi alla gioia dei genitori che stanno attendendo una vita, ed in particolare, vogliono pregare per questa dolce attesa, e invocare sulle mamme i doni necessari perché proseguano serene la gravidanza, e giungano a buon fine i parti desiderati.
Qui, mi permetto di suggerire una preghiera per coloro, che purtroppo, non riescono ancora a gioire per la vita tanto attesa nel loro grembo. Li invito ad affidarsi al Signore con queste parole:
O Padre, tu che sei il creatore di tutto ciò che esiste ed il Signore della vita,
benedici la nostra famiglia e rendi fecondo il nostro amore
affinché sia sorgente di una nuova vita.
O Gesù, tu che ami così tanto i bambini,
da dire che soltanto chi assomiglia a loro entrerà nel regno dei cieli,
rendici disponibili, grati e degni ad accogliere tutti i tuoi doni,
in particolare il dono della vita.
O Spirito Santo, tu che hai operato con potenza in Maria Santissima,
affinché concepisse verginalmente il Verbo Incarnato,
noi ci apriamo totalmente alla tua azione,
affinché l’amore si faccia carne in noi per la Gloria di Dio e la nostra gioia.
O Maria Santissima, tu che hai avuto il privilegio di essere sposa,
vergine e madre nell’ambito della Santa Famiglia di Nazareth,
rendi i nostri cuori obbedienti e disponibili al piano di Dio su di noi,
fiduciosi nella Provvidenza e liberi da ogni timore per il futuro.
Amen.
Cari sposi, che la vostra speranza, divenga la nostra speranza; per diventare più tardi la vostra e nostra gioia, nell’accogliere quella creatura al fonte battesimale nelle nostre chiese.                                                            dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

La speranza cristiana cambia la vita (4)
Non è difficile rendersi conto che l’esperienza della schiava africana Bakhita è stata agli inizi – e continua ad essere oggi – l’esperienza di molte persone condannate alla schiavitù. Il vangelo non aveva portato a Roma un messaggio sociale-rivoluzionario con lotte sanguinarie; Gesù non era un combattente per una liberazione politica. Anzi, Egli stesso era morto in croce, ma aveva portato qualcosa di totalmente diverso: l’incontro con il Dio vivente e con una speranza che era più forte delle sofferenze della schiavitù, che per questo trasformava dal di dentro la vita e il mondo.
Con il Battesimo, i cristiani accettavano le strutture esterne così come erano, anche quelle corrotte, ma le cambiavano (e le cambiano) dal di dentro. Cambiano il mondo in cui vivono con l’amore, la giustizia e il perdono, vissuti in fraternità, ma camminando verso il Cielo (la patria definitiva).
San Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi (1,18-31) ci mostra che una grande parte dei primi cristiani apparteneva ai ceti sociali bassi e, proprio per questo, cercavano una nuova speranza, come Bakhita. Tuttavia, fin dall’inizio, c’erano anche conversioni nei ceti aristocratici e colti. Anche i ricchi vivevano «senza speranza e senza Dio». Infatti, la religione di Stato romana, si era ridotta a semplici cerimonie, ormai solo ad una «religione politica». La filosofia aveva confinato gli dèi nel campo dell’irreale, delle stelle e dei pianeti. Un Dio che si potesse pregare non esisteva. Ecco perché san Paolo contrappone la vita «secondo Cristo» alla vita sotto la signoria degli «elementi del cosmo» (Lettera ai Colossesi 2,8).
In questo senso san Gregorio Nazianzeno, dice che nel momento in cui i re magi guidati dalla stella adorarono Cristo, il nuovo re, giunse la fine dell’astrologia, perché da quel momento, ormai le stelle girano secondo l’orbita determinata da Cristo. Tutto ruota attorno a Cristo.
Di fatto, la concezione del mondo di allora, anche se in modo diverso, è nuovamente presente anche oggi. Quando si dimentica Cristo, si torna ad affidare la propria vita alle “leggi” delle stelle (all’astrologia, alle carte, ai maghi, al caso, …). Non sono gli elementi del cosmo, le leggi della materia che governano il mondo e l’uomo, ma è il Dio personale che governa le stelle, cioè l’universo; E se conosciamo questa Persona (Dio Padre) e Lei conosce noi, allora veramente non siamo più schiavi del caso, dell’universo, delle sue leggi, ma liberi (come Bakhita), perché il cielo non è vuoto.
Ecco la speranza cristiana: la vita non è un semplice prodotto del caso o delle leggi della materia, ma al di sopra di tutto c’è una volontà personale, c’è lo Spirito Santo che in Gesù ci ha rivelato l’Amore che ama ogni uomo, il Padre, che guida la storia e sta dalla nostra parte per cambiarla.  dD

 

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

La speranza è dono che rende liberi, cioè è «redenzione» (3).
San Paolo, nella Lettera agli Efesini, scrive che gli Efesini, prima dell’incontro con Cristo erano senza speranza, perché erano «senza Dio nel mondo». Conoscere Dio – il vero Dio-, significa ricevere speranza. Noi che viviamo da sempre da cristiani, ci siamo assuefatti al concetto del Dio che ci salva e ci libera. Sembra che lo abbiamo dimenticato, non lo percepiamo più così vero e reale.
L’esempio di una santa, può aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio che ci libera.
Santa Giuseppina Bakhita, canonizzata da San Giovanni Paolo II era nata nel 1869 nel Darfur, in Sudan. All’età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati degli schiavi del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale, e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Finalmente, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano di origini venete, Callisto Legnani che, davanti al nemico che avanzava, tornò in Italia.
Dopo aver conosciuto in Africa dei «padroni» così terribili, di cui fino a quel momento era stata loro proprietà, Bakhita venne a conoscere un «padrone» totalmente diverso – che nel dialetto veneziano, lei chiamava «paron»: era il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora, aveva conosciuto solo padroni, che la disprezzavano, la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, sentiva dire che esisteva un «paron» al di sopra di tutti i padroni, Signore di tutti i signori, e che questo Signore era buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei; aveva creato anche lei, anzi la amava. Sì, anche lei era amata, e proprio dal «Paron» supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni, sono soltanto miseri servi. Lei era conosciuta, amata e attesa da Dio. Questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e crocifisso, e ora la aspettava «alla destra di Dio Padre». Finalmente, Bakhita scopriva cos’era la «speranza» – non solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: sono definitivamente amata, e qualunque cosa mi accada – io sono attesa da questo Amore, e così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era «redenta», non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che san Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza perché senza Dio.
Quando le proposero di ritornare nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo «Paron».
Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L’8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane, e da allora – accanto ai suoi lavori – in vari viaggi in Italia, cercò di annunciare e sollecitare la liberazione, che lei aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo: sentiva di doverla estendere; doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che l’aveva «redenta», doveva raggiungere molti, raggiungere tutti. Raggiungere anche noi, che abbiamo bisogno di nuovo di riscoprire cos’è la libertà di CristodD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

VIVERE DA CRISTIANI LA MORTE. NON COME IL MONDO LA VIVE.

Davanti alla morte di una persona giovane, o di qualsiasi altra morte, quali sono le domande e lo stile, che un cristiano deve assumere, per potersi dire veramente cristiano? Certo, non come il mondo lo vive, ma da cristiani. Ci sono delle differenze?
1.La curiosità non appartiene allo stile cristiano. Domande inutili, fatte ai familiari, non per un reale dolore di partecipazione, ma per morbosità. «Perché ha fatto questo? Perché ha scelto quest’altro? Perché si veste così? Perché ha assunto quella decisione?» Non si può curiosare su tutto; dobbiamo di nuovo rispettare e accettare il mistero che c’è in ognuno di noi, in particolare, davanti al mistero del dolore. Non possiamo usare lo stile giornalistico o dei gossip nell’affrontare la sofferenza. La malattia, la morte, la vita, gli altri, Dio stesso, non possono essere accostati con il prurito della morbosità. Dobbiamo invece riscoprire l’umiltà, la prudenza davanti al mistero della persona e delle sue esperienze.
2.Non vivere la sofferenza e la morte solo in termini emotivi. L’emotività fa brutti scherzi… Quando accadono eventi di morte in una famiglia, c’è il rischio che si sviluppino grandi interessi e partecipazione; ma finito il funerale tutto finisca. Se viviamo la morte solo in modo emotivo, la nostra partecipazione al dolore dura tre giorni; ma se la viviamo con l’amore, la partecipazione dura molto di più. Prima i grandi slanci … telefonate, parole, messaggini, propositi, abbracci, lacrime, tanti fiori, …  Poi improvvisamente, neppure un saluto o un coinvolgimento. Lo stile cristiano è quello della fratellanza con chi soffre: prendere per mano, accompagnare rispettosamente, stare accanto a chi soffre. Più che vivere il dolore emotivamente, dobbiamo imparare a vivere da fratelli che si aiutano, e si prendono cura gli uni degli altri.
3.Vivere nella fede l’esperienza della sofferenza e della morte, così come si vivono nella fede anche le altre esperienze della vita. Vivere con fede la morte, significa sapersi porre le domande che ci cambiano dentro. «Cosa devo imparare da questa sofferenza e morte; cosa devo cambiare nel mio stile di vita; io, che sono ancora vivo e sano, cosa devo imparare da questo lutto? Cosa devo cambiare nella mia relazione con Dio e gli altri?» Vivere con fede, significa riscoprire che Dio è nostro Padre, anche nella morte; un Padre onnipotente, che ci abbraccia e non ci lascia soli, e condivide con noi, mediante Gesù suo figlio, le esperienze della nostra vita. Egli ci aiuta con la sua tenerezza, la sua vicinanza e il suo calore. Gesù piange con noi quando soffriamo; ci aiuta a vivere le esperienze del nascere e crescere, del soffrire e del morire. Cristo ha pianto stando accanto, e ora piange con chi è nel lutto: «Forza, il tuo caro non sparisce nel nulla; ora egli è con Me, per sempre. Perché Io ho dato a voi uno spirito immortale, eterno, l’anima. L’anima rimane per sempre, non muore. Io l’ho data a voi nel giorno in cui -dall’eternità- vi ho pensato e vi ho dato la vita».
Il corpo dei defunti rimane fra noi, perché possiamo godere ancora un po’ della loro vicinanza terrena. Ma la vera vicinanza, non è sapere che essi sono nel cimitero, sulla terra, ma che sono in Dio. E quando un cristiano ritorna a Dio, la sua anima e il suo spirito sono in Dio, e ci fa sentire vicina quest’anima; ce la ridona perché ci sentiamo amati anche dai nostri cari: essi non ci hanno abbandonati, anche se fisicamente non ci sono più. «Padre, aiutaci a diventare compagni di viaggio di chi soffre, come Cristo, e assieme a Cristo, che è venuto per soffrire con noi, e per riaprirci una porta, la porta del Cielo, l’unica che ci dona speranza. Quel Cielo che non è un nemico, ma il luogo in cui Dio abita e accoglie i nostri cari. Quel Cielo, in cui Dio ci fa sentire la sua vicinanza e ci dona la sua forza e il suo amore.                                    dD

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

ESPRIMIAMO A DIO LA NOSTRA GRATITUDINE ANCHE IN TEMPO DI PANDEMIA
(omelia per il “Te Deum” del 31.12.2020)

A conclusione di questo anno 2020, apparentemente orribile, ma che interpretiamo con il dono della fede, siamo davanti a Te Signore Gesù, presente in questo Santo Sacramento, e desideriamo ringraziare la Santa Trinità, perché ci aiuti a comprendere il senso degli avvenimenti, al di là delle apparenze buie e prive di speranza.
Ti ringraziamo perché siamo vivi, in salute, o guariti dal virus, mentre altri fratelli e sorelle non ci sono più. Ti vogliamo ringraziare per i 75.000 fratelli e sorelle, che sono ritornati al Padre, perché ognuno è stato un dono per i suoi familiari, per la Chiesa e per la società.
Ti ringraziamo, perché a causa di questo virus letale, hai ridimensionato il nostro delirio di onnipotenza, costringendoci a fermarci, a riflettere su ciò che è essenziale, a sentirci più deboli, fragili, vulnerabili. Ti ringraziamo, perché ci hai fatto riscoprire bisognosi e dipendenti dagli altri, e da Te che sei il Signore e Datore della vita e di ogni respiro.
Ti ringraziamo, perché in questi mesi di chiusura, agli sposi hai ridato il tempo di guardarsi, confrontarsi ed ascoltarsi, costretti a rimanere in casa. Ti ringraziamo, perché hai ridato ai genitori il tempo di stare con i loro figli, e ai figli la gioia di non sentirsi orfani di genitori sempre assenti ed altrove, e impossibilitati a dialogare sul loro presente e sul loro futuro.
Ti ringraziamo, per l’impegno profuso da coloro che hanno pubbliche responsabilità politiche, amministrative, di pubblica sicurezza, e quelle sanitarie, che si sono particolarmente dedicate ai fratelli.
Ti ringraziamo, per i malati che, assieme a Te Gesù, hanno saputo offrire la loro sofferenza per le necessità del mondo, della Chiesa, di queste nostre parrocchie. Ti ringraziamo per i loro familiari che li hanno curati, come attenti e fedeli samaritani.
Ti ringraziamo, per il Cielo stellato, che da decenni non vedevamo così pulito e limpido, a causa della nostra perniciosa ostinazione ad accumulare, sciupare e rovinare il Creato. Per i nostri amici animali, che hanno di nuovo invaso le nostre città silenziose e prive di rumori.
Ti ringraziamo, perché anche se in maniera diversa dal solito, ci hai fatto sentire parte di una Comunità parrocchiale, di una Chiesa diocesana e universale. Ti ringraziamo perché ogni giorno di questo anno abbiamo potuto offrire su questo altare il Divin Sacrificio. Ti lodiamo perché anche in questo anno non ci è mancato il dono della Tua Parola santa, che ha illuminato il nostro cammino, e per i sacramenti della fede che hanno irrobustito il nostro passo incerto.
Grazie anche per il nostro arcivescovo Andrea Bruno e per il Papa, che ti affidiamo, che ci hanno incoraggiato a credere, sperare e amare, nonostante la molta sofferenza.
Ti ringraziamo, o Altissimo Amore, perché termina una pagina della storia umana. Gesù, il Tuo Sangue ha scritto a caratteri di fuoco, parole d’amore, di speranza, di comunione, di gratitudine. Ci uniamo a Te in questa lode. Si uniscono a noi, la Vergine Maria, gli Apostoli, i Martiri, i nostri Patroni e tutti i Santi che hanno dato la loro vita per la diffusione del Vangelo e la costruzione del Tuo Regno, e che ci consentono di essere qui, una Comunità che loda il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen. dD                                                                                                                                                   dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Iniziamo a leggere il Vangelo di Marco.

È il più antico dei quattro vangeli.
Così inizia il vangelo di questa domenica II di Avvento: “Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio”: in quattro parole, è detto tutto il mistero di Gesù di Nazaret. Quest’uomo, è Cristo, Figlio di Dio, è allo stesso tempo re, Messia, colui che porta a compimento l’attesa del suo popolo; è realmente Figlio di Dio, vale a dire Dio stesso… Così le attese del popolo eletto sono state non soltanto colmate, ma ampiamente superate. Il resto del vangelo di Marco sarà lo sviluppo di questo primo versetto.
Vangelo: Buona Notizia” è esattamente il significato della parola “vangelo”. All’epoca, le belle grandi notizie ufficiali – come la nascita di un re o una vittoria militare – erano chiamate “vangeli.”
Matteo, Marco, Luca e Giovanni non hanno scritto libri di ricordi su Gesù di Nazaret. Loro ci invitano a Credere al Vangelo. Questa Buona Notizia, gli evangelisti non vogliono tenerla per se stessi. La scrivono per dire al mondo: Colui che il popolo di Dio attendeva è arrivato, egli dà senso alla vita ed alla morte, apre nuovi orizzonti, illumina i nostri occhi ciechi, fa vibrare i nostri timpani induriti, mette in moto le membra paralizzate e giunge fino a far sorgere i morti. Ecco la Buona Notizia!
Questa Buona Notizia comincia con la predicazione di Giovanni Battista: “Si presentò Giovanni a predicare nel deserto.” E Marco cita il profeta Isaia: “Ecco, io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti preparerà la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore, raddrizzate i suoi sentieri.”
È raro che i vangeli descrivano gli abbigliamenti e il cibo di qualcuno! Se Marco lo fa qui per Giovanni Battista, è perché ciò ha un senso: “Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico.” Le locuste ed il miele selvatico sono il cibo del deserto. Il primo uomo aveva perso il suo paradiso, e a causa del suo rifiuto di Dio era caduto in un deserto. Ora la nuova creazione, che il Cristo viene ad instaurare parte dal deserto: qui devi ritrovare il Dio che hai abbandonato, e se sarai fedele a Lui, Dio ti riporterà nel paradiso. La grande avventura per ricreare l’Alleanza con Dio è cominciata.
Marco lascia intuire, che Giovanni Battista ci guida dall’Alleanza storica, conclusa nel deserto dell’Esodo verso l’Alleanza definitiva in Gesù Cristo (diciamo nelle parole della consacrazione: “questa è la nuova ed eterna alleanza per voi…”). Quel vestito di peli di cammello, era quello usato dal grande profeta Elia (2Re 1,8): per questo lo si riconosceva da lontano. Giovanni Battista è dunque presentato come il successore di Elia. Si credeva che sarebbe tornato di persona ad annunciare la venuta del Messia. Non sorprende, dunque, che ci sia tutto un fermento attorno a Giovanni Battista. Chi sa? È forse tornato Elia? Ciò vorrebbe dire che l’arrivo del Messia è imminente!
Ci dice Marco, ecco perché le folle accorrono attorno a Giovanni Battista, ma costui non si monta la testa: egli sa di essere solo una voce, un segno. Suo compito è di annunciare uno più grande di lui. Colui che vi annuncio è talmente più grande di me che io non sono degno neppure di chinarmi a sciogliere i legacci dei suoi sandali. Come Elia, come ogni vero profeta, Giovanni Battista predica la conversione: a coloro che vogliono cambiare vita, egli propone un battesimo nell’acqua, per manifestare la ferma decisione di purificare la propria vita (cioè di volgere definitivamente le spalle a tutti gli idoli pagani, qualunque essi siano).
Ma Giovanni Battista precisa: tra il suo battesimo e quello di Cristo c’è diversità! “Io vi battezzo con acqua”: che è desiderio di una nuova vita… (sono gesti di uomini). Mentre il gesto di Cristo sarà il gesto di Dio: “egli vi battezzerà con lo Spirito Santo”. È Dio stesso che trasformerà il suo popolo.
In chimica, si dice di un corpo che è puro quando è senza miscuglio. Sì, il cuore puro, è quello che è interamente rivolto verso Dio. Dobbiamo voltare le spalle agli idoli (quali sono le mie divinità pagane, presenti nella mia vita?) e scegliere e guardare a Gesù “il Verbo che era presso Dio” venuto ad abitare in mezzo a noi. Egli ci riempirà dello Spirito Santo. Per accoglierlo, non dobbiamo fare altro che lasciarci trasformare ed accogliere il dono di Dio, lo Spirito Santo. Senza lo Spirito Santo non si rinnova né il proprio cuore, né il mondo. Ricordiamolo!  dD

 

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

La situazione sanitaria della nostra Regione Friuli-Venezia Giulia, causata dalla pandemia di Covid-19 sta evidentemente precipitando. Il Presidente della Regione ha stabilito con sua ordinanza che, da domenica 15 novembre siamo in zona “arancione”.
Questo non ha bloccato l’attività della vita parrocchiale, ma sentiti i collaboratori, per sola prudenza e RISPETTO DI TUTTI abbiamo deciso di sospendere il catechismo delle elementari, delle medie e delle superiori (in preparazione alla Cresima).
Ho assunto questa decisione, nonostante che nelle ultime settimane tutti i gruppi di catechismo erano particolarmente frequentati.
Per il momento, la sospensione di tutti gli incontri di catechismo è valida fino a sabato 5 dicembre compreso. Successivamente, in base alla situazione sanitaria, valuteremo se ricominciare o no gli incontri.
Restano invece aperte le nostre chiese! Restano in vigore le celebrazioni domenicali delle S. Messe ai soliti orari e tutte le altre celebrazioni feriali e festive!
Viste le normative attuali, visti gli ampi spazi delle chiese, vista la durata limitata delle celebrazioni, invito i genitori a partecipare, assieme ai loro figli alle celebrazioni delle S. Messe domenicali. Non potendo fare altro, salviamo almeno le S. Messe e l’incontro con il Signore nella partecipazione all’Eucaristia.
Cari genitori, in questa particolare situazione, vi invito a pregare insieme ogni sera, prima della cena. Ho già proposto ai ragazzi di pregare almeno dieci “Ave Maria” insieme a voi attorno alla tavola, per chiedere alla Madre di Gesù la sua materna protezione, affinchè le nostre famiglie siano protette da mali maggiori, e siano unite e forti nelle presenti traversie.
Colgo l’occasione, per ricordare che noi sacerdoti restiamo al nostro posto per qualsiasi necessità spirituale o materiale. Assieme alle nostre suore, vi sosteniamo ogni giorno con la preghiera e con l’affetto. Se qualche famiglia avesse particolari difficoltà, le manifesti pure al parroco.
Raccomando soprattutto, che gli anziani e i malati non restino privi dei sacramenti, specie nell’ora della fatica e della fase ultima. È dovere del parroco raggiungere le famiglie, che richiedono per i loro cari la S. Comunione o l’Unzione dei malati.                                                                  dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Siamo alla Solennità di Tutti i Santi (1° novembre), in cui contempliamo i testimoni della fede e dell’amore, che ora godono della gioia celeste nella visione e nell’abbraccio definitivo di Dio: il Paradiso. Guardare ai Santi ci aiuta e ci fa sentire bene, e membri della “Comunione dei Santi”, che è uno dei punti fermi della nostra fede cattolica. In comunione con i Santi, testimoni di Gesù, per i cui meriti noi, possiamo chiedere Loro un aiuto, un’intercessione, una mano per vivere oggi da cristiani, specialmente in questa pandemia, e godere domani come loro del Paradiso.
Aiutiamo i nostri figli a vivere questa festa cristiana, senza trasformarla in un’ennesima carnevalata commerciale.
Viviamo bene anche il 2 novembre (Commemorazione dei Defunti) nel ricordo dei nostri morti. Preghiamo per loro e partecipiamo alle S. Messe per i defunti; non accontentiamoci di fiori e lumini, ma riempiamo di fede e di speranza cristiana le nostre visite ai cimiteri dei nostri paesi.
Nei cimiteri, a tutti raccomando devozione, silenzio e rispetto. Non sono dei centri commerciali, ma luoghi di dolore e di pace…                                                  dD