RIFLESSIONE DEL PARROCO

Dobbiamo essere attenti alle vocazioni.
Fa problema a qualcuno che siano poche le vocazioni di speciale consacrazione nella nostra Arcidiocesi? È domanda necessaria questa se vogliamo che non manchino coloro che consegnano la fede alle nuove generazioni, e di ciò che la fede porta con sé. La fede nel Signore risorto porta con sé che i discepoli sanno di dovergGli obbedire. Un’obbedienza alla chiamata di Colui che ci chiama e ci ama, e ci chiede una sequela fino alla donazione totale agli altri. Proprio perché ama, Egli chiama i suoi amici ad una vita più intensamente di comunione e di dono totale per l’edificazione del regno.
È venuta meno, oggi, la “consegna” (traditio) semplice ma chiara, delle nostre famiglie cristiane di un tempo alle nuove generazioni. I genitori cristiani sperimentavano la vocazione come benedizione del Signore (“Se Dio chiama un nostro figlio, Egli ama la nostra famiglia”) e atto di amore (“Se Dio ti chiama digli di sì, fidati di Lui, perché ti ama”).
Ma oggi ancora, Dio chiama perché ama? Ama la persona che chiama, ama la famiglia in cui essa è nata, ama la Chiesa perché la feconda di nuove vocazioni. Ma esse vanno riconosciute, perché va riconosciuto l’amore di Dio. “Padre,… dona a coloro che hai scelto per essere interamente tuoi, di manifestarsi alla Chiesa e al mondo come segno visibile del tuo regno (Messale Romano, Messa per le Vocazioni religiose).
La questione “vocazioni” riguarda, dunque, tutti coloro che sono battezzati in  Cristo. È necessario parlare, dibattere, approfondire il tema delle vocazioni perché la fede in Cristo, e la sua trasmissione alle nuove generazioni non si risolva in un’ideologia mistica, ma in scelte di vita cristiana che segnano la storia con la profezia di vite donate agli altri in nome di Colui che mi ama da sempre. La speranza ha un nome preciso: Cristo risorto. Egli non è un’ideologia, né una vaga filosofia, ma è la Persona che ha obbedito alla volontà del Padre e si consegnato a Lui per rispondere alla sua peculiare e originale chiamata di Salvatore del mondo, rivelatrice del disegno trinitario. Egli ha fatto crescere i suoi discepoli nella conoscenza dell’amore del Padre suo, perché solo chi si sente amato può sentirsi chi-amato.
Per le vocazioni ci si comporta un po’ come Vladimiro ed Estregone dell’opera Aspettando Godot. Si spera nel futuro, senza sapere né chi sia Godot, né da dove venga, né quando. In attesa di eventi o anni migliori, Vladimiro ed Estregone si scambiano parole e gesti assurdi e senza senso. Nelle nostre parrocchie si aspetta …qualche leader carismatico che risolva il “problema vocazioni”, qualche generoso giovane dono dall’alto, qualche evento magico che risolva la “cosa”; si crede di risolvere la questione affidandosi in modo mitico a qualche gruppo religioso o attingendo ad altri popoli o razze.
Si tratta piuttosto di riprendere la responsabilità della riflessione e delle scelte di carattere spirituale, pastorale e educativo per una ri-consegna della fede che parli della vocazione come segno dell’amore preferenziale di Dio.     dD

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

OMELIA DELL’ARCIVESCOVO NELLA FESTA DEI PATRONI DELLA ARCIDIOCESI I S.S. ERMACORA E FORTUNATO.    

Tutta l’Arcidiocesi e, in particolare, la città di Udine celebrano la festa dei Santi Patroni, Ermacora e Fortunato. Il titolo di “Patroni” indica che essi sono coloro che ci difendono e che intercedono per noi. Quest’anno, segnato dall’emergenza epidemiologica creata dal corona virus, abbiamo un motivo particolare per rivolgere a loro una comune preghiera. La prima preghiera è di ringraziamento perché, pur attraversando momenti difficili, il Friuli e la città di Udine sono stati abbastanza salvaguardati dal contagio.
Oltre al Covid-19, desidero dedicare un po’ di attenzione ad altri virus, non meno subdoli e pericolosi, che ci vengono inoculati…
Perché i nostri Patroni sono stati condannati a morte? Non avevano commesso alcun crimine; anzi, predicavano una dottrina basata sull’amore e contribuivano, in modo esemplare, al bene della città di Aquileia. L’unico reato di cui furono accusati fu quello di rivendicare la libertà di pensiero e la libertà di coscienza. L’imperatore romano imponeva, con leggi ingiuste, una schiavitù alle menti e alle coscienze costringendo tutti a rendere culto alla sua persona e alla sua statua, come se fosse un essere divino…
Per usare un’espressione cara sia a Papa Benedetto XVI che a Papa Francesco, essi si opposero alla “dittatura del pensiero unico” in nome della loro dignità di persone umane che hanno l’intangibile diritto di professare la propria fede e di avere la libertà di pensiero. Si opposero in modo benevolo e inerme, senza alcuna violenza né fisica, né verbale; come testimoniano i racconti delle loro “Passioni”. Eppure l’esito fu il martirio. … Il tentativo di imporre la dittatura del pensiero unico è un virus che ancora serpeggia nella nostra società. Esso si insinua subdolamente anche nella legislazione degli Stati. Un esempio è la Proposta di legge “in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere” allo studio del Parlamento italiano.
Apparentemente i firmatari sono mossi da nobili intenti di salvaguardare il rispetto di ogni persona, qualunque sia il suo orientamento sessuale. Di fatto, molti studiosi di diritto hanno dimostrato che questo rispetto è già garantito delle leggi in vigore. Questa Proposta di legge, invece, mira a condizionare, sotto pena di reato, la libertà di pensiero e di espressione sul tema dell’identità sessuale della persona. Leggendola, essa suscita un non infondato timore che potrebbe diventare passibile di denuncia chi esprime alcune verità affermate dalla Rivelazione cristiana; come, ad esempio, che Dio creò l’uomo “maschio e femmina” e che consegnò loro la grande vocazione di generare figli nati dal grembo della propria mamma con il concorso fisico e affettivo del papà, uniti tra loro da un amore fedele per sempre. … Forse nuovi imperatori, con mezzi più raffinati di quelli antichi, cercano di soffocare la libertà di pensiero e di coscienza? Hanno di mira specialmente la dottrina cristiana perché, come in passato, è la più scomoda? Non è difficile notare analogie con la situazione in cui si trovarono a vivere i Santi Ermacora e Fortunato che pagarono col martirio la libertà di coscienza ricevuta da Gesù Cristo nel battesimo.

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Ritrovare l’essenzialità cristiana che è la fede (4)
L’essenziale per ogni credente è affidarsi al mistero del Signore e alla Sua Pasqua e vivere la propria esistenza in comunione con Lui. L’esperienza della fede è percorsa dall’esigenza di vedere. Vedere il volto di Dio: è la domanda che dice il bisogno di pienezza che c’è nella vita, nostra e di ogni persona; vedere Gesù, domanda che tanti anche oggi rivolgono a noi credenti, alla nostra testimonianza, alla Chiesa.
Vedere è una promessa: quella che Gesù fa ai suoi, quando promette di mostrarsi in Galilea, cioè in quella terra oscura in cui egli stesso è vissuto nell’anonimato di Nazareth e nel silenzio di trent’anni di vita ordinaria. Siamo convinti che se sapremo nuovamente, con intensità e con gioia, orientare lo sguardo verso il Volto di Gesù potremo trovare pienezza alla nostra vita: questo non significa che troveremo risoluzione ai problemi di questo tempo, ma che avremo una forza nuova per affrontarli e che il contatto con questo tempo difficile avrà rigenerato e risvegliato in noi l’esigenza e il gusto di vivere l’originalità cristiana con nuova convinzione e con nuova motivazione.
Per poter rigenerare la nostra esperienza di fede abbiamo bisogno di un’attenzione costante alla Parola del Signore, per ridare in essa nuova profondità alla vita cristiana.
Forse ci siamo fatti l’idea che essere cristiani significa soprattutto dedicarsi con generosità ad una serie di impegni che, pur buoni, ci fa perdere il gusto della dimensione interiore della fede, soprattutto quella della preghiera e dell’ascolto della Parola. È proprio l’ascolto, insieme alla preghiera, ciò che modella la nostra vita sul pensiero di Dio e la coinvolge nel suo mistero: è nell’ascolto che cresciamo nella consapevolezza che tutto è dono e che si è cristiani perché siamo continuamente rigenerati dalla misericordia; figli in un amore che ci precede e ci salva non per i nostri meriti o per quelli dei nostri impegni; chiamati dalla grandezza di un amore che ci guida, ci consola, ci sorregge, ci indica la strada, ci parla di un Padre pronto ad accoglierci infinite volte.
Il ritmo di questo cammino è quello che la Chiesa scandisce nel suo percorso di fede, quello della liturgia: della domenica e dell’anno liturgico, celebrazione del tempo di Dio che salva le nostre giornate. Ritorniamo all’ “essenziale” per gustare queste dimensioni della vita cristiana e riscoprirle nella loro freschezza e nella loro forza vitale.                                                       dD

LOTTERIA DELLA PARROCCHIA DI BLESSANO per la Chiesa

 

Premio
1° TV LED 32DVBT2/SAT 932
2° FORNO MICROONDE CON GRILL 2541
3° BUONO SPESA EURO 60.00 MARKET DA BILO 2154
4° TEGAME AL TITANIO CM.28 CON COPERCHIO 1266
5° TRAPANO PERCUSSIONE 500W 1604
6° BUONO EURO 50,00 MASS. ENERGETICO CASCO ODIILLA 260
7° TOSTAPANE ESPULSIONE AUTOMATICA 937
8° SERVIZIO CAFFE’ X 12 CON PIATTINO 2472
9° BUONO SPESA EURO 30.00 FIORERIA ZILLI GUIDO 2232
10° GIFT CARD EURO 30.00 ROSANNA ACCONCIATURE 958
11° BUONO X 5 SEDUTE LAMPADE SOLARI PRESSO SALONE MARINELLA 1478
12° CONF. PROD. BELLEZZA TRIKOMANIA DI PASCOLO KATIA 1348
13° BUONO EURO 30.00 AGRISIAMON FORMAGGI CAPRINI 1132
14° CONF.VINI BAR IN CENTRO OGNIBENE 466
15° FERRO DA STIRO 1652
16° CONF.PROD.CORPO TRIKOMANIA DI PASCOLO KATIA 486
17° ALZATA IN CRISTALLO 2296
18° PHON 1800W PROFESSIONAL 956
19° CONFEZIONE VINI 421
20° BILANCIA PESA PERSONE 772
21° TEGAME ANTIADERENTE CM. 28 1617

I premi vincenti sono stati estratti
MARTEDÌ 30 GIUGNO 2020, alle ore 20.30
Presso la canonica di Blessano

I premi sono ritirabili fino al 31 agosto 2020,
presso il supermercato “da Bilo” a Blessano

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

L’essenzialità per un cristiano (2)
 La frase di riferimento da cui siamo partiti è tratta da “Il piccolo Principe” di A. de Saint Exupéry «Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore -disse la volpe-. L’essenziale è invisibile agli occhi». Ma cos’è essenziale o così prezioso, da essere anche così invisibile, da dover avere occhi speciali per cercarlo? Il vocabolo “essenzialità” parla di una “essenza”, cioè di ciò che è profumato. Essa ci rimanda alla necessità di interrogarci a fondo, e scoprire cosa dia profumo alla nostra vita (se ancora abbiamo il naso per odorare i profumi veri dai cattivi odori). In una società che ha perso l’essenziale, perché rincorre l’inutile, riabituarci a cercare l’essenzialità non è semplice, bisogna “riaffinare” il gusto delle cose grandi, reimparare la grammatica dell’invisibile e di ciò che è nascosto.
Ricominciare a tacere, a fare silenzio, a pensare, a interrogarci, ad andare a fondo, a cercare nel pozzo del nostro cuore e delle nostre relazioni. Più autenticamente, per un cristiano, l’essenza delle cose o del vivere, la si trova in Dio – e più precisamente nel cuore di Dio- che possiede l’ “idea iniziale” di tutto, perché tutto Egli ha fatto con sapienza e amore.
Reimparare a stare in silenzio è mestiere non facile per chi è abituato al rumore, al caos delle scelte e delle azioni, e prima ancora al disordine mentale. Siamo figli di una società delle tante chiacchiere vane, inutili e stancanti, piene del nulla che esce dai palati, che non hanno il “profumo dell’essenza”, ma che semplicemente sono pronunciate per riempire il tempo o seppellire gli altri sotto la propria arroganza.
Quando non ci sono i tempi del silenzio nella propria vita, non la si apprezza come valore grande. Dice il Salmo 39: “Rivelami, Signore, la mia fine; quale sia la misura dei miei giornisaprò quanto è breve la mia vita” (Sl 39,5). Senza il silenzio, non si apprezza l’essenza, il profumo o la gioia del vivere. Senza il silenzio non si scopre neppure l’essenzialità di un rapporto con Dio, che tutto dona e tutto illumina di senso: “Vedi, in pochi palmi hai misurato i miei giorni e la mia esistenza, davanti a te (l’uomo) è un nulla. Solo un soffio è ogni uomo che vive, … un soffio che si agita, accumula ricchezze e non sa chi le raccolga” (Sl 39,6-7).
Davvero ci conviene riscoprire il silenzio per riscoprire l’essenza, il valore, il profumo, la grandezza della vita, che è già di per sé così breve. “Sto in silenzio, non apro bocca, perché sei tu che agisci(Sl 39, 10.12).
Certo il silenzio può apparire inutile, perché invisibile; ma «L’essenziale è invisibile agli occhi».                                                                      dD

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Il ritorno all’essenzialità (1)

Per qualche settimana rifletteremo sulla essenzialità. Ho deciso di proporre queste riflessioni alla luce dell’esperienza maturata durante la pandemia, che tutti abbiamo vissuto. Iniziamo da questa domenica.
«Addio, disse la volpe. Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». Queste poche righe sono tratte da “Il piccolo Principe” del francese Antoine de Saint Exupéry, una fiaba per bimbi, ma anche per i più grandi.
Cos’è? L’essenziale è così prezioso, ma anche così invisibile, che bisogna avere occhi speciali per cercarlo. A volte è perfino difficile riuscire a discernere le cose veramente importanti da quelle superflue.
La parola “essenzialità” dice ciò che è “essenza” (e dunque è profumato come ogni essenza), succo spremuto; è ciò che sta a fondamento, per costruire scelte di vita e trasmettere alle nuove generazioni, ciò che non può, e non deve essere perso. L’essenziale è il “prezioso”, la “perla” del vangelo, da distinguere dal superfluo. Per ottenere la perla si deve vendere tutto (Matteo 13,45), lasciar perdere altro, meno importante. L’essenzialità è la capacità di saper scegliere, di cogliere ciò che è di gran valore, è autentico, da ciò che invece è falso, magari un “falso d’autore”, ma sempre falso.
Il mondo può anche dirti che è preziosa una cosa, ma tu cristiano sai che invece è di maggior valore un’altra cosa, magari invisibile. Un esempio può aiutarci a comprendere: si può vivere senza una bella automobile, ma non senza una famiglia, il cui clima d’amore, è apparentemente invisibile, ma è reale. Certo è più appariscente e brillante agli occhi della mentalità del mondo il possesso dell’automobile. Puoi perfino illuderti di “essere qualcuno” perché possiedi un’automobile; ma senza la famiglia l’essere umano è inconsistente, perché non si umanizza, non diviene uomo-adulto, non conosce il concetto di fratellanza, quindi neppure il concetto di condivisione, rinuncia, rispetto, pazienza, perdono,… Sì è vero: «L’essenziale è invisibile agli occhi».      dD

 

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

                     La Pentecoste ci insegna ad essere liberi.

«Libertà è una parola fondamentale, se non «la» parola fondamentale per ogni lessico civile» (Massimo Recalcati). La vita umana esige libertà e tuttavia, la libertà non è solo un’esperienza di liberazione, di affermazione di sé, ma è anche, paradossalmente, una «condanna». L’uomo, infatti, come affermava il filosofo ateo Jean Paul Sartre, «è condannato a essere libero», perché a differenza del mondo animale dove la legge dell’istinto predomina sui comportamenti, nel mondo degli uomini è necessario che avvenga continuamente una scelta. Questo significa che non possiamo mai liberarci dalla libertà; se siamo liberi non è perché abbiamo scelto la libertà, ma perché siamo gettati nella libertà, forzatamente consegnati, vincolati, incatenati alla libertà. Nessuno infatti può scegliere al nostro posto. Non posso liberarmi dalla responsabilità della scelta, anche se scelgo di non scegliere, questa opzione resterà sempre espressione di una scelta mia.
L’uomo è perfino libero di rifiutare Dio, il suo Creatore, per essere libero da Dio, pensando così di raggiungere la sua piena autonomia. Ma questa «libertà da» in se stessa non è ancora una «libertà di» o una «libertà per». Questo significa che non basta educarci o educare a liberarci dalle costrizioni civili o religiose. Non siamo liberi semplicemente perché non siamo costretti a fare qualche scelta. Siamo veramente liberi quando la nostra vita sa farsi dono a qualcuno, quando facciamo dono della nostra libertà a qualcun altro, per amore, per amare, per servire, per realizzare una causa di bene.
La solennità della Pentecoste ci pone davanti alla libertà che lo Spirito Santo genera in noi attraverso la Parola di Dio e i Sacramenti. Ce lo testimoniano gli apostoli e i martiri: Egli ci rende liberi di amare, fino al martirio, fino a consumarci totalmente per Dio e per i fratelli. Solo così la libertà che sgorga dal Vangelo non sarà più una «condanna», ma una gioia, e una gioia da condividere con altri. Il nome di questa «libertà» è Gesù. Chi lo segue diventa libero di amare come Lui, e la sua vita attira altri non nella trappola di una «condanna», ma in un fiume di gioia. Chi lo segue costruisce Chiesa fondata sulla libertà, non sulla paura, né sulla condanna. Chi segue Cristo diventa una sorgente di libertà.               dD

 

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

Sono passati quasi 80 giorni da quando è iniziata questa pandemia! 40 prima di Pasqua; circa 40 dopo Pasqua. E già i numeri, presi dal simbolismo biblico, ci dicono molto. Si tratta di un’esperienza che deve insegnarci qualcosa. Dio ci parla, e noi desideriamo ascoltarlo, non sciupiamo questa opportunità!
Ma ora è tempo di celebrare di nuovo insieme la nostra fede. Non bastano la Tv e i social a farci vivere la nostra fede. Ci vuole una comunità, la nostra comunità, bella o brutta che sia. Riprendiamo a frequentare le chiese, non perché esse siano il “tutto” della nostra fede, ma perché come una madre, esse ci raccolgono per farci sentire che siamo una comunità viva. Ora veniamo “autorizzati” a celebrare ancora la nostra fede: bontà del governo e dei tecnici…
Abbiamo rinunciato come Chiesa a poterlo fare, per un bene maggiore: la salute di tutti. Ora forse ci siamo abituati anche a non incontraci e ad accontentarci della nostra privata Messa streaming, fosse anche quella del Papa. Ma la fede cristiana, non è né privata, né in video. La nostra fede si vive in carne ed ossa, in una comunità viva, che celebra, canta, prega, ama e condivide, piange, gioisce, e si interroga. Per questo motivo riapriamo le nostre chiese con un primo atto di pietà cristiana: dobbiamo seppellire i morti, che non abbiamo potuto seppellire insieme. È questo quello che compiremo come primo gesto: celebrare insieme il ricordo dei tredici defunti che se ne sono andati al camposanto con troppa sobrietà, poca preghiera, nessuna nostra partecipazione. C’era solo il pianto dei pochissimi familiari frastornati e impreparati ad una sepoltura fatta così di corsa.
E dopo i morti, riprenderemo a celebrare tutto il resto. Buon cammino a tutti!

                                                                                                               dD

 

RIFLESSIONE DEL PARROCO

OMELIA DEL SANTO PADRE PAPA FRANCESCO
Mercoledì delle Ceneri, 26 febbraio 2020

Iniziamo la Quaresima ricevendo le ceneri: “Ricordati che sei polvere, e in polvere ritornerai” (cfr Gen 3,19). La polvere sul capo ci riporta a terra, ci ricorda che veniamo dalla terra e che in terra torneremo. Siamo cioè deboli, fragili, mortali. Nel corso dei secoli e dei millenni siamo di passaggio, davanti all’immensità delle galassie e dello spazio siamo minuscoli. Siamo polvere nell’universo. Ma siamo la polvere amata da Dio. Il Signore ha amato raccogliere la nostra polvere tra le mani e soffiarvi il suo alito di vita (cfr Gen 2,7). Così siamo polvere preziosa, destinata a vivere per sempre. Siamo la terra su cui Dio ha riversato il suo cielo, la polvere che contiene i suoi sogni. Siamo la speranza di Dio, il suo tesoro, la sua gloria.
La cenere ci ricorda così il percorso della nostra esistenza: dalla polvere alla vita. Siamo polvere, terra, argilla, ma se ci lasciamo plasmare dalle mani di Dio diventiamo una meraviglia. Eppure spesso, soprattutto nelle difficoltà e nella solitudine, vediamo solo la nostra polvere! Ma il Signore ci incoraggia: il poco che siamo ha un valore infinito ai suoi occhi. Coraggio, siamo nati per essere amati, siamo nati per essere figli di Dio.
Cari fratelli e sorelle, all’inizio della Quaresima rendiamoci conto di questo. Perché la Quaresima non è il tempo per riversare sulla gente inutili moralismi, ma per riconoscere che le nostre misere ceneri sono amate da Dio. È tempo di grazia, per accogliere lo sguardo d’amore di Dio su di noi e, così guardati, cambiare vita. Siamo al mondo per camminare dalla cenere alla vita. Allora, non polverizziamo la speranza, non inceneriamo il sogno che Dio ha su di noi. Non cediamo alla rassegnazione. E tu dici: “Come posso aver fiducia? Il mondo va male, la paura dilaga, c’è tanta cattiveria e la società si sta scristianizzando…”. Ma non credi che Dio può trasformare la nostra polvere in gloria?
La cenere che riceviamo sul capo scuote i pensieri che abbiamo in testa. Ci ricorda che noi, figli di Dio, non possiamo vivere per inseguire la polvere che svanisce. Una domanda può scenderci dalla testa al cuore: “Io, per che cosa vivo?”. Se vivo per le cose del mondo che passano, torno alla polvere, rinnego quello che Dio ha fatto in me. Se vivo solo per portare a casa un po’ di soldi e divertirmi, per cercare un po’ di prestigio, fare un po’ di carriera, vivo di polvere. Se giudico male la vita solo perché non sono tenuto in sufficiente considerazione o non ricevo dagli altri quello che credo di meritare, resto ancora a guardare la polvere.
Non siamo al mondo per questo. Valiamo molto di più, viviamo per molto di più: per realizzare il sogno di Dio, per amare. La cenere si posa sulle nostre teste perché nei cuori si accenda il fuoco dell’amore. Perché siamo cittadini del cielo e l’amore a Dio e al prossimo è il passaporto per il cielo, è il nostro passaporto. I beni terreni che possediamo non ci serviranno, sono polvere che svanisce, ma l’amore che doniamo – in famiglia, al lavoro, nella Chiesa, nel mondo – ci salverà, resterà per sempre.
La cenere che riceviamo ci ricorda un secondo percorso, quello contrario, quello che va dalla vita alla polvere. Ci guardiamo attorno e vediamo polveri di morte. Vite ridotte in cenere. Macerie, distruzione, guerra. Vite di piccoli innocenti non accolti, vite di poveri rifiutati, vite di anziani scartati. Continuiamo a distruggerci, a farci tornare in polvere. E quanta polvere c’è nelle nostre relazioni! Guardiamo in casa nostra, nelle famiglie: quanti litigi, quanta incapacità di disinnescare i conflitti, quanta fatica a chiedere scusa, a perdonare, a ricominciare, mentre con tanta facilità reclamiamo i nostri spazi e i nostri diritti! C’è tanta polvere che sporca l’amore e abbruttisce la vita. Anche nella Chiesa, la casa di Dio, abbiamo lasciato depositare tanta polvere, la polvere della mondanità.
E guardiamoci dentro, nel cuore: quante volte soffochiamo il fuoco di Dio con la cenere dell’ipocrisia! L’ipocrisia: è la sporcizia che Gesù chiede di rimuovere oggi nel Vangelo. Infatti, il Signore non dice solo di compiere opere di carità, di pregare e di digiunare, ma di fare tutto questo senza finzioni, senza doppiezze, senza ipocrisia (cfr Mt 6,2.5.16). Quante volte, invece, facciamo qualcosa solo per essere approvati, per il nostro ritorno di immagine, per il nostro ego! Quante volte ci proclamiamo cristiani e nel cuore cediamo senza problemi alle passioni che ci rendono schiavi! Quante volte predichiamo una cosa e ne facciamo un’altra! Quante volte ci mostriamo buoni fuori e coviamo rancori dentro! Quanta doppiezza abbiamo nel cuore… È polvere che sporca, cenere che soffoca il fuoco dell’amore.
Abbiamo bisogno di pulizia dalla polvere che si deposita sul cuore. Come fare? Ci aiuta il richiamo accorato di san Paolo nella seconda Lettura: «Lasciatevi riconciliare con Dio!». Paolo non lo chiede, lo supplica: «Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio». (2 Cor 5,20). Noi avremmo detto: “Riconciliatevi con Dio!”. Invece no, utilizza il passivo: lasciatevi riconciliare. Perché la santità non è attività nostra, è grazia! Perché da soli non siamo capaci di togliere la polvere che ci sporca il cuore. Perché solo Gesù, che conosce e ama il nostro cuore, può guarirlo. La Quaresima è tempo di guarigione.
Che cosa fare dunque? Nel cammino verso la Pasqua possiamo compiere due passaggi: il primo, dalla polvere alla vita, dalla nostra umanità fragile all’umanità di Gesù, che ci guarisce. Possiamo metterci davanti al Crocifisso, stare lì, guardare e ripetere: “Gesù, tu mi ami, trasformami… Gesù, tu mi ami, trasformami…”. E dopo aver accolto il suo amore, dopo aver pianto davanti a questo amore, il secondo passaggio, per non ricadere dalla vita alla polvere. Si va a ricevere il perdono di Dio, nella Confessione, perché lì il fuoco dell’amore di Dio consuma la cenere del nostro peccato. L’abbraccio del Padre nella Confessione ci rinnova dentro, ci pulisce il cuore. Lasciamoci riconciliare per vivere come figli amati, come peccatori perdonati, come malati risanati, come viandanti accompagnati. Lasciamoci amare per amare. Lasciamoci rialzare, per camminare verso la meta, la Pasqua. Avremo la gioia di scoprire che Dio ci risuscita dalle nostre ceneri.

                      Papa Francesco

RIFLESSIONE DEL PARROCO

«Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà dalla legge neppure un iota o un segno, senza che tutto sia compiuto. Chi trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli» (Matteo 5, 17-37).
Gesù è la pienezza della legge perché egli è la parola definitiva del Padre (Eb 1,1). Paolo ci dice che “chi ama il suo simile ha adempiuto la legge… Pieno compimento della legge è l’amore” (Rm 13,8-10). Ed è anche in questo senso che Gesù è la pienezza di ogni parola che esce dalla bocca di Dio: “Perché Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito… perché il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,16-17). Il cristiano è prima di tutto il discepolo di Gesù, non colui che adempie la legge. I farisei erano ossessionati dalla realizzazione letterale e minuziosa della legge; ma ne avevano completamente perso lo spirito. Di qui la parola di Gesù: “Se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei…”.
Ancora una volta siamo confortati dalla affermazione di Cristo: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35).