XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO A

La grazia della conversione
Con la sua predicazione sul regno di Dio, Gesù si op­pone a una religiosità che non coinvolge la vita umana, che non interpella la coscienza e la sua responsabilità di fronte al bene e al male. Lo dimostra anche con la para­bola dei due figli, che viene proposta nel Vangelo di Mat­teo. All’invito del padre ad andare a lavorare nella vigna, il primo figlio risponde impulsiva­mente «No, non ci vado», ma poi si pente e ci va; invece il secondo figlio, che subito risponde «sì, sì papà», in realtà non lo fa, non ci va. L’obbedienza non consiste nel dire “sì” o “no”, ma sempre nell’agire, nel coltivare la vi­gna, nel realizzare il regno di Dio, nel fare del bene.
Gli esponenti della religiosità “di facciata”, che Gesù disapprova, erano in quel tempo «i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo» (Mt 21,23) i quali, secondo l’am­monizione del Signore, nel regno di Dio saranno sorpas­sati dai pubblicani e dalle prostitute (cfr v. 31). Gesù dice loro: «Saranno i pubblicani, cioè i peccatori, e le prostitute a precedervi nel regno dei cieli». Questa affermazione non deve indurre a pensare che fanno bene quanti non seguo­no i comandamenti di Dio, quelli che non seguono la mo­rale, e dicono: «Tanto, quelli che vanno in Chiesa sono peggio di noi!». No, non è questo l’insegnamento di Gesù. Gesù non addita i pubblicani e le prostitute come modelli di vita, ma come “privilegiati della grazia”. Una grazia che Dio offre a chiunque si apre e si converte a Lui. Infatti queste persone, ascol­tando la sua predicazione, si sono pentite e hanno cam­biato vita. Pensiamo a Matteo che era un pubblicano.
Nel Vangelo di oggi, chi fa la migliore figura è il primo fratello, non perché ha detto “no” a suo padre, ma perché dopo il “no” si è convertito al “sì”, si è pentito. Dio è pa­ziente con ognuno di noi: non si stanca, non desiste dopo il nostro “no”; ci lascia liberi anche di allontanarci da Lui e di sbagliare. Pensare alla pazienza di Dio è meraviglioso! Come il Signore ci aspetta sempre; sempre accanto a noi per aiutarci; ma rispetta la nostra libertà. E attende trepi­dante il nostro “sì”, per accoglierci nuovamente tra le sue braccia paterne e colmarci della sua misericordia senza li­miti. La fede in Dio chiede di rinnovare ogni giorno la scelta del bene rispetto al male, la scelta della verità rispet­to alla menzogna, la scelta dell’amore del prossimo rispet­to all’egoismo. Chi si converte a questa scelta, dopo aver sperimentato il peccato, troverà i primi posti nel regno dei cieli, dove c’è più gioia per un solo peccatore che si con­verte, più che per novantanove giusti (cfr Lc 15,7).
Ma la conversione, cambiare il cuore, è un processo, un processo che ci purifica dalle incrostazioni morali. E a volte è un processo doloroso, perché non c’è la strada del­la santità senza qualche rinuncia e senza il combattimento spirituale. Combattere per il bene, combattere per non ca­dere nella tentazione, fare da parte nostra quello che pos­siamo, per arrivare a vivere nella pace e nella gioia delle Beatitudini. Il Vangelo di oggi chiama in causa il modo di vivere la vita cristiana, che non è fatta di sogni e belle aspi­razioni, ma di impegni concreti, per aprirci sempre alla volontà di Dio e all’amore verso i fratelli. Ma questo, an­che il più piccolo impegno concreto, non si può fare senza la grazia. La conversione è una grazia che dobbiamo chie­dere sempre: «Signore dammi la grazia di migliorare. Dammi la grazia di essere un buon cristiano».

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