RIFLESSIONE DEL PARROCO

La speranza è dono che rende liberi, cioè è «redenzione» (3).
San Paolo, nella Lettera agli Efesini, scrive che gli Efesini, prima dell’incontro con Cristo erano senza speranza, perché erano «senza Dio nel mondo». Conoscere Dio – il vero Dio-, significa ricevere speranza. Noi che viviamo da sempre da cristiani, ci siamo assuefatti al concetto del Dio che ci salva e ci libera. Sembra che lo abbiamo dimenticato, non lo percepiamo più così vero e reale.
L’esempio di una santa, può aiutarci a capire che cosa significhi incontrare per la prima volta e realmente questo Dio che ci libera.
Santa Giuseppina Bakhita, canonizzata da San Giovanni Paolo II era nata nel 1869 nel Darfur, in Sudan. All’età di nove anni fu rapita da trafficanti di schiavi, picchiata a sangue e venduta cinque volte sui mercati degli schiavi del Sudan. Da ultimo, come schiava si ritrovò al servizio della madre e della moglie di un generale, e lì ogni giorno veniva fustigata fino al sangue; in conseguenza di ciò le rimasero per tutta la vita 144 cicatrici. Finalmente, nel 1882 fu comprata da un mercante italiano per il console italiano di origini venete, Callisto Legnani che, davanti al nemico che avanzava, tornò in Italia.
Dopo aver conosciuto in Africa dei «padroni» così terribili, di cui fino a quel momento era stata loro proprietà, Bakhita venne a conoscere un «padrone» totalmente diverso – che nel dialetto veneziano, lei chiamava «paron»: era il Dio vivente, il Dio di Gesù Cristo. Fino ad allora, aveva conosciuto solo padroni, che la disprezzavano, la maltrattavano o, nel caso migliore, la consideravano una schiava utile. Ora, sentiva dire che esisteva un «paron» al di sopra di tutti i padroni, Signore di tutti i signori, e che questo Signore era buono, la bontà in persona. Veniva a sapere che questo Signore conosceva anche lei; aveva creato anche lei, anzi la amava. Sì, anche lei era amata, e proprio dal «Paron» supremo, davanti al quale tutti gli altri padroni, sono soltanto miseri servi. Lei era conosciuta, amata e attesa da Dio. Questo Padrone aveva affrontato in prima persona il destino di essere picchiato e crocifisso, e ora la aspettava «alla destra di Dio Padre». Finalmente, Bakhita scopriva cos’era la «speranza» – non solo la piccola speranza di trovare padroni meno crudeli, ma la grande speranza: sono definitivamente amata, e qualunque cosa mi accada – io sono attesa da questo Amore, e così la mia vita è buona. Mediante la conoscenza di questa speranza lei era «redenta», non si sentiva più schiava, ma libera figlia di Dio. Capiva ciò che san Paolo intendeva quando ricordava agli Efesini che prima erano senza speranza perché senza Dio.
Quando le proposero di ritornare nel Sudan, Bakhita si rifiutò; non era disposta a farsi di nuovo separare dal suo «Paron».
Il 9 gennaio 1890, fu battezzata e cresimata e ricevette la prima santa Comunione dalle mani del Patriarca di Venezia. L’8 dicembre 1896, a Verona, pronunciò i voti nella Congregazione delle suore Canossiane, e da allora – accanto ai suoi lavori – in vari viaggi in Italia, cercò di annunciare e sollecitare la liberazione, che lei aveva ricevuto mediante l’incontro con il Dio di Gesù Cristo: sentiva di doverla estendere; doveva essere donata anche ad altri, al maggior numero possibile di persone. La speranza, che l’aveva «redenta», doveva raggiungere molti, raggiungere tutti. Raggiungere anche noi, che abbiamo bisogno di nuovo di riscoprire cos’è la libertà di CristodD

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