RIFLESSIONE DEL PARROCO

VIVERE DA CRISTIANI LA MORTE. NON COME IL MONDO LA VIVE.

Davanti alla morte di una persona giovane, o di qualsiasi altra morte, quali sono le domande e lo stile, che un cristiano deve assumere, per potersi dire veramente cristiano? Certo, non come il mondo lo vive, ma da cristiani. Ci sono delle differenze?
1.La curiosità non appartiene allo stile cristiano. Domande inutili, fatte ai familiari, non per un reale dolore di partecipazione, ma per morbosità. «Perché ha fatto questo? Perché ha scelto quest’altro? Perché si veste così? Perché ha assunto quella decisione?» Non si può curiosare su tutto; dobbiamo di nuovo rispettare e accettare il mistero che c’è in ognuno di noi, in particolare, davanti al mistero del dolore. Non possiamo usare lo stile giornalistico o dei gossip nell’affrontare la sofferenza. La malattia, la morte, la vita, gli altri, Dio stesso, non possono essere accostati con il prurito della morbosità. Dobbiamo invece riscoprire l’umiltà, la prudenza davanti al mistero della persona e delle sue esperienze.
2.Non vivere la sofferenza e la morte solo in termini emotivi. L’emotività fa brutti scherzi… Quando accadono eventi di morte in una famiglia, c’è il rischio che si sviluppino grandi interessi e partecipazione; ma finito il funerale tutto finisca. Se viviamo la morte solo in modo emotivo, la nostra partecipazione al dolore dura tre giorni; ma se la viviamo con l’amore, la partecipazione dura molto di più. Prima i grandi slanci … telefonate, parole, messaggini, propositi, abbracci, lacrime, tanti fiori, …  Poi improvvisamente, neppure un saluto o un coinvolgimento. Lo stile cristiano è quello della fratellanza con chi soffre: prendere per mano, accompagnare rispettosamente, stare accanto a chi soffre. Più che vivere il dolore emotivamente, dobbiamo imparare a vivere da fratelli che si aiutano, e si prendono cura gli uni degli altri.
3.Vivere nella fede l’esperienza della sofferenza e della morte, così come si vivono nella fede anche le altre esperienze della vita. Vivere con fede la morte, significa sapersi porre le domande che ci cambiano dentro. «Cosa devo imparare da questa sofferenza e morte; cosa devo cambiare nel mio stile di vita; io, che sono ancora vivo e sano, cosa devo imparare da questo lutto? Cosa devo cambiare nella mia relazione con Dio e gli altri?» Vivere con fede, significa riscoprire che Dio è nostro Padre, anche nella morte; un Padre onnipotente, che ci abbraccia e non ci lascia soli, e condivide con noi, mediante Gesù suo figlio, le esperienze della nostra vita. Egli ci aiuta con la sua tenerezza, la sua vicinanza e il suo calore. Gesù piange con noi quando soffriamo; ci aiuta a vivere le esperienze del nascere e crescere, del soffrire e del morire. Cristo ha pianto stando accanto, e ora piange con chi è nel lutto: «Forza, il tuo caro non sparisce nel nulla; ora egli è con Me, per sempre. Perché Io ho dato a voi uno spirito immortale, eterno, l’anima. L’anima rimane per sempre, non muore. Io l’ho data a voi nel giorno in cui -dall’eternità- vi ho pensato e vi ho dato la vita».
Il corpo dei defunti rimane fra noi, perché possiamo godere ancora un po’ della loro vicinanza terrena. Ma la vera vicinanza, non è sapere che essi sono nel cimitero, sulla terra, ma che sono in Dio. E quando un cristiano ritorna a Dio, la sua anima e il suo spirito sono in Dio, e ci fa sentire vicina quest’anima; ce la ridona perché ci sentiamo amati anche dai nostri cari: essi non ci hanno abbandonati, anche se fisicamente non ci sono più. «Padre, aiutaci a diventare compagni di viaggio di chi soffre, come Cristo, e assieme a Cristo, che è venuto per soffrire con noi, e per riaprirci una porta, la porta del Cielo, l’unica che ci dona speranza. Quel Cielo che non è un nemico, ma il luogo in cui Dio abita e accoglie i nostri cari. Quel Cielo, in cui Dio ci fa sentire la sua vicinanza e ci dona la sua forza e il suo amore.                                    dD

 

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