RIFLESSIONE DEL PARROCO

Dobbiamo essere attenti alle vocazioni.
Fa problema a qualcuno che siano poche le vocazioni di speciale consacrazione nella nostra Arcidiocesi? È domanda necessaria questa se vogliamo che non manchino coloro che consegnano la fede alle nuove generazioni, e di ciò che la fede porta con sé. La fede nel Signore risorto porta con sé che i discepoli sanno di dovergGli obbedire. Un’obbedienza alla chiamata di Colui che ci chiama e ci ama, e ci chiede una sequela fino alla donazione totale agli altri. Proprio perché ama, Egli chiama i suoi amici ad una vita più intensamente di comunione e di dono totale per l’edificazione del regno.
È venuta meno, oggi, la “consegna” (traditio) semplice ma chiara, delle nostre famiglie cristiane di un tempo alle nuove generazioni. I genitori cristiani sperimentavano la vocazione come benedizione del Signore (“Se Dio chiama un nostro figlio, Egli ama la nostra famiglia”) e atto di amore (“Se Dio ti chiama digli di sì, fidati di Lui, perché ti ama”).
Ma oggi ancora, Dio chiama perché ama? Ama la persona che chiama, ama la famiglia in cui essa è nata, ama la Chiesa perché la feconda di nuove vocazioni. Ma esse vanno riconosciute, perché va riconosciuto l’amore di Dio. “Padre,… dona a coloro che hai scelto per essere interamente tuoi, di manifestarsi alla Chiesa e al mondo come segno visibile del tuo regno (Messale Romano, Messa per le Vocazioni religiose).
La questione “vocazioni” riguarda, dunque, tutti coloro che sono battezzati in  Cristo. È necessario parlare, dibattere, approfondire il tema delle vocazioni perché la fede in Cristo, e la sua trasmissione alle nuove generazioni non si risolva in un’ideologia mistica, ma in scelte di vita cristiana che segnano la storia con la profezia di vite donate agli altri in nome di Colui che mi ama da sempre. La speranza ha un nome preciso: Cristo risorto. Egli non è un’ideologia, né una vaga filosofia, ma è la Persona che ha obbedito alla volontà del Padre e si consegnato a Lui per rispondere alla sua peculiare e originale chiamata di Salvatore del mondo, rivelatrice del disegno trinitario. Egli ha fatto crescere i suoi discepoli nella conoscenza dell’amore del Padre suo, perché solo chi si sente amato può sentirsi chi-amato.
Per le vocazioni ci si comporta un po’ come Vladimiro ed Estregone dell’opera Aspettando Godot. Si spera nel futuro, senza sapere né chi sia Godot, né da dove venga, né quando. In attesa di eventi o anni migliori, Vladimiro ed Estregone si scambiano parole e gesti assurdi e senza senso. Nelle nostre parrocchie si aspetta …qualche leader carismatico che risolva il “problema vocazioni”, qualche generoso giovane dono dall’alto, qualche evento magico che risolva la “cosa”; si crede di risolvere la questione affidandosi in modo mitico a qualche gruppo religioso o attingendo ad altri popoli o razze.
Si tratta piuttosto di riprendere la responsabilità della riflessione e delle scelte di carattere spirituale, pastorale e educativo per una ri-consegna della fede che parli della vocazione come segno dell’amore preferenziale di Dio.     dD

 

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